LA TERRA VISTA DALLA LUNA

romanzo

Name:
Location: Italy

Tuesday, April 18, 2006

[OTTAVO CAPITOLO]

ANTROPOLOGIA DELLE OMBRE


Tutto i nostri pensieri in un solo secondo
La possibilità di ritrovarsi sul cammino
Spogliando questo corpo di se stesso

Carolyn Carlson
“Le soi e le rien”




























Dove si dice della natura del potere umbratile anche in modo scientifico

[…]

Da quella specie di fuga, che fuga non era semmai era un aprire gli occhi su come avrei dovuto affrontare il futuro, quelle acque sempre diverse, sempre cantate, sempre evocate che così hanno creato il loro flusso con costanza. Sono passati anni, enormi gettiti di immateriale aria intorno alla realtà e corsi e ricorsi di minuti di frazioni di minuto- qualche volta vuoti- sono trascorsi inesorabili. Il flusso del tempo come il flusso delle acque. Ti volti verso il ponte sul fiume della tua infanzia quando stai per percorrerlo. Prima di quella curva a gomito che ti permette solo voltandoti di vederlo e di dirti che quelle acque sempre scorrono. E per fortuna che continuano a scorrere in quel modo sonnolento, pensi. Significa che esisto anch’io perché quelle acque le vedo scorrere. E’ come per le maree. L’acqua si ritira. Inspirazione dell’universo. L’acqua avanza. Implosione del senso ultimo delle cose di questo mondo che vanno e vengono. Costantemente, inesorabilmente, inevitabilmente hanno moti di avvicinamento che richiamano una lontananza, quasi una nostalgia. Sono passati anni- e solo un paio dopo l’eclissi e la corsa placida verso l’Italia ho percepito di che natura è fatta il mio potere spaventoso. Il potere umbratile. Continuo a chiamarlo così perché mi turba di meno saperlo come parte del mio modo d’essere al mondo, usando una parola evocativa. Un aggettivo che vuol essere divertente, non drammatico com’è in realtà. Un motto di spirito per rendere accattivante il potere di vedere oltre il presente. Di essere sempre avanti nelle percezioni.

Qui sull’isola ci sono per disperazione. Le ombre non ammettono distrazioni. Richiedono impegno mentale, partecipazione, dialettica forsennata. Ho colto l’occasione al volo di questa casa sull’isola greca, sperduta nel mare Egeo che un ricco hippie s’era fatto costruire negli anni 60 per sé e la sua comune di amici internazionali. Il vecchio hippie è sprofondato in qualche letto di un qualche ospedale americano dopo uno stupido incidente. Era –è- un amico di Chico e la segnalazione è venuta proprio da lui. La usava anche Chico questa casa quando non riusciva a sottrarsi al pressing delle ombre. La usava quando si fermava in Europa. Anche Chico ha il mio stesso potere umbratile. Mi ha raccontato il suo segreto due anni dopo i fatti della Costa Azzurra. A Venezia. Ad una biennale di danza dove ci eravamo incontrati per caso.

Vagavo nella mia strampalata esistenza tra terrore dell’aldilà e fascinazione per le possibilità della mente inusitate che mi si erano sviluppate, vagavo da troppo tempo. Stavo seguendo in quel periodo le orme di una biografia di Nietzsche scritta da un autore inglese. Passavo da un albergo svizzero a pensioncine sul lago di Como dove il filosofo tedesco si rifugiava per scrivere nel suo modo enfatico proclami su visioni del mondo futuro che sono il nostro tempo presente.

A Venezia capitavo nei giorni della Biennale –di solito a settembre- per immergermi nelle proposte dell’arte contemporanea come per dovere. Non capisco le installazioni-le cosiddette installazioni che diventano eventi- ma esserne parte è comunque stimolante. Sento come un dovere visitare le esposizioni. Preferisco la pittura però. Sulla tela riconosco i limiti del mio vedere. Di qua la ricostruzione di un possibile universo-fatto di segni spesso indecifrabili, misteriosi e per questo affascinanti-poco oltre la cornice-se c’è -il vuoto, la parete bianca generalmente. Non c’è più niente. Riesco a delimitare le intuizioni. Le installazioni ti costringono alla terza dimensione che non è più scultura non è ancora realtà. Sono giochetti da come la vedo io. La pittura è difficile. L’happening spesso è una trovatine facile facile.

Quell’anno rassegna di danza arricchiva il cartellone. Era un punto di forza addirittura. In platea, allo spettacolo che Carolyn Carlson stava per mettere in scena, c’era anche Chico. Lo riconobbi subito anche da dietro e da lontano. Era in compagnia di una ragazza creola bellissima.
“Heilà Baudelaire, il sorriso è tranquillo e gli occhi arditi eh?”, gli picchiettai sulla spalla con delicatezza. Non so se colse l’allusione rivolto alla sua amica, che avrà avuta venticinque anni. Giovanissima vicino a lui. Non poteva essere una figlia. Una giovane ammiratrice. Un’amante da esibire. La ragazza aveva i capelli neri raccolti in una lunga treccia. Fece un sorriso larghissimo con labbra carnose. Un sorriso ipnotico. La bellezza selvaggia che ti lascia senza fiato, una grazia ignorata, come scrive Baudelaire. Strizzai l’occhio a Chico. Ero curioso di vede se la ragazza “camminava alta e svelta come una cacciatrice”.[1]
“E’ da un po’ che non ci si vede, vecchio”, gli dissi.
“L’ultima volta sei scappato di corsa, avevi paura di qualcosa? Di qualcuno?”, disse Chico.
“Sai che ho rotto con Grazia, no?”
“Lo so, storia vecchia, mi pare”.
“Te l’ho scritto nelle cartoline, d’altra parte”, dissi.
“Forse quelle cartoline erano bagnate delle mie lacrime”,aggiunsi.
“Amigu, lei si chiama Gisele…”, la ragazza continuava a sorridere ma sembrava assente. Si alzò in piedi e raggiunse una sua amica. Camminava proprio come una cacciatrice. Movenze lente ma decise. Si volse verso di noi quasi per scusarsi. Chico le fece un gesto come per dire “vai pure”.
“Non capisce l’italiano”, aggiunse Chico.
“L’ho incontrata a Parigi sul ponte Solferino e da quel giorno non sono riuscito a staccarmene”
“Ah ti capisco”, dissi strizzando ancora gli occhi, senza riuscire a non guardare Gisele muoversi nella platea.

Lo spettacolo aveva un titolo in lingua celtica “An dianav a rog ha ch’hanoun” che Carolyn aveva letto sopra la porta di un museo di Nantes, nella Bretagna. L’ignoto mi divora è la traduzione di quella espressione in quella lingua misteriosa. Interessante espressione tesa a raccogliere il modo dei celti di percepire spazio e tempo. Avevo avuto occasione di incontrare Carolyn quando mi occupavo di una rivista letteraria. La incontrai in un camerino di teatro anonimo. Volevo sentire la sua voce dopo averla vista danzare. Muoveva le braccia quasi a scrivere nell’aria larghe parole dai significati semplici ma incisivi. Metafisica delle movenze danzate. Quando la danza non è un andar dietro la musica aritmicamente, ma rendere il gesto la congiunzione perfetta di significato ed espressione. Antica utopia il capire nell’immediato il senso della vita. Solo i bambini ci riescono mescolando la fantasia – il vedere oltre il visibile – e il vissuto propriamente contingente. Lo scorrere del tempo insomma. Mi rilasciò una commovente intervista. Commovente nel senso che lei rimase molto colpita dal mio modo di chiedere il senso della sua arte. Le mie non erano domande tipicamente tese a sondare informazioni ma rivolte all’emozione immediata.
Le dissi:
“Effimero ed eterno…”, lasciando sospeso il resto che non c’era.
“Cos’è una domanda?”, disse lei stupita.
“Non capisco…”, continuò.
“E’ una specie di domanda, durante lo spettacolo ho sempre pensato che quello che vedevo non l’avrei più rivisto in quella forma, ma un’eco mi sarebbe rimasta indelebile nella retina, avrei rivisto le braccia esili e delicate muoversi nell’aria ogni volta che un sasso avrebbe formato dei cerchi nell’acqua, per esempio…”, dissi d’un fiato.
Carolyn sgranò gli occhi e disse:
“Caspita, ragazzo, nessuno mi ha mai fatto simili domande, se chiedere è una espressione sensata per due aggettivi così antitetici ma complementari, no?”
“Ah certamente, stasera ho avuto una sorta di folgorazione, la danza non mi ha mai interessato, ma so che lei, signora, scrive delle poesie…”
Mi regalò un suo piccolo libro in quell’occasione. Leggere le sue parole, vedere la sua danza (anche in video) è come avventurarsi nella pittura di Rothko.

[fuori campo]

Era un’estate del mio periodo universitario. Avevo viaggiato su un pulmino wolkswagen, di quelli tipici se non proprio del tempo, almeno un residuato di quelli immediatamente precedenti. Ero in compagnia di un amico di un amico e di un excarabiniere che era capitato lì quasi per caso. Così mi sembrava. Non so che cosa andavano a fare quei due mal assortiti a Londra, però avevano un posto per me, pur che pagassi una quota del carburante e dell’autostrada. L’excarabiniere sul traghetto ordinò un rituale the perché in Inghilterra si deve bere il the, anche se eravamo sulla Manica..
“Ce semo arrivati quassù per bere sta schifezza…”, fu il suo commento.
All’attracco ci aspettava la dogana inglese che è sempre molto severa. Quello si chiamava come un ricercato per omicidio addirittura. Perquisirono dappertutto e l’autista, che aveva folti baffoni e capelli lunghi stile afro non era per niente preoccupato. Tutti e due -soprattutto l’excarabiniere- ci ridevano su sorseggiando quella schifezza di the, stavolta in terra inglese. L’excarabiniere mostrò il tesserino e ridacchiava ai serissimi doganieri britannici.
Mi lasciarono vicino a Trafalgar Square, quasi in mezzo alla strada, e non rividi più nessuno dei due. Il mio voleva essere un viaggio avventuroso senza meta. Nessuna prenotazione. Quello che capitava per vivere uno straccio di avventura da poter raccontare in futuro.
Inevitabilmente presi a fare il turista ed a girare mostre, musei e gallerie. Quel tipo di posti di cui puoi fare anche a meno ma che quando ci sei non puoi evitare. E’ tempo perso? Meglio sarebbe trovare angoli nascosti e non fare per forza le cose tipiche che un turista fa a Londra? Come si fa ad essere originali senza diventare snob? Anche se vai per cimiteri è lo stesso. A Londra c’è la tomba di Carlo Marx per esempio. Un cimiterino a nord, da cambiare un paio di treni della metro.
Te lo puoi permettere di cercare luoghi inusitati se frequenti spesso le grandi città (poi sarebbe successo e il problema non si sarebbe più posto)e diventa familiare passare davanti al British Museum o al Louvre ed evitarli. Oppure andare solo quando si vuole. Confondersi tra la folla.

Come aveva letto da qualche parte:
“Va’ alla stazione
Aspetta l’arrivo del treno
Ed esci coi viaggiatori
Come se fossi arrivato da qualche luogo”.[2]

Quella volta però era la mia prima e non potevo evitare la Tate Gallery. Avrei trovato quello che vedevo solo sui libri e nelle riviste di settore.

Sulle sponde del Tamigi la Tate Gallery si offriva nel suo edificio austero. Ricordo grandi quadri di Warhol per le scale e ricordo il mio stupore per quelle immagini ultraconosciute, ma viste in altri formati. Libri, poster, tazzine da caffè, pochette, copertine di dischi, foulard, carta da pacchi, quaderni, matite.
Ma non in quel modo, scendendo quelle scale. Solo scendendo delle semplici scale.
Pensando “sono a casa e dico ai miei ospiti, ecco i miei Warhol”. Scesi quelle scale – risalendo altrove - un paio di volte per rifare la scena dentro di me.
Conoscevo appena l’opera di Rothko però. Capitai nella sua famosa stanza girando senza scopo, come mi piace fare nei musei. Non con metodo, seguendo la guida e la sequenza dei numeri, dei periodi, degli argomenti. Mi piace andare in modo selvaggio. Solo la mia selvaggeria mi portò davanti, attorno, dietro, davanti, dappertutto immerso nei magmatici colori dei Seagram Murals – pur sfumati, pur uniformi ma che a me sembravano un esplosione di colore puro. Come un flusso, come le maree nell’universo di silenzio che Rothko desiderava per i visitatori, farli entrare un una atmosfera di concentrazione, di meditazione persino e rispetto.[3]

[…]

Così gli spettacoli di Carolyn. Purezza. Senza spiegazioni. Parole in libertà ma senza caos, parole espresse dalla disciplina delle movenze del corpo che fluisce nello spazio. Non è più movimento, non è ancora silenzio. Rispetto. Poesia naturale senza parole, senza significati. Effimero ed eterno.

Quella sera a Venezia avvenne qualcosa che mi fece scoprire tante cose che mi chiedevo da quel giorno dell’eclissi a Stonehenge. Le luci si spensero. Una musica salì lentamente e da una luce fioca che cresceva comparve Carolyn. Era seduta alla giapponese e scriveva con una lunga penna animale. Tracciava segni celtici che una telecamera riprendeva da sopra di lei perpendicolare e rimandava su un grande schermo. Le mani scivolavano su quei segni con delicatezza. Carolyn si alzò come sollevandosi in aria. Il busto si inarcava, le spalle si sollevavano e con le mani continuava a tracciare segni. Ero piuttosto vicino in quel teatro ricavato da un ampio spazio dell’Arsenale. Vedevo la sua espressione che voleva essere di stupore. Carolyn sgranava gli occhi oltre il visibile. Soltanto lei vedeva crescerle tra le mani una scrittura antica che parlava di emozioni che sussistevano nonostante il bisogno di costruire una parola – un segno- per esprimerle. Segni grafici incomprensibili ai più. Non capivo niente ma capivo tutto di quello che avveniva. Sullo schermo comparvero delle figure scure che si muovevano lentissime. Sembravano passeggiare chiacchierando, una delle figure indicava la platea in modo quasi disturbante, imbarazzante.
“Cazzo…”, mi scappò-“chi sono quelle ombre?”, non mi rivolsi in modo specifico a Chico, ma eravamo gomito e gomito e non potevo che rivolgermi che al mio amico brasiliano.
“Sapevo che sulla scena era prevista solo Carolyn, me l’ha detto un amico che ha visto lo spettacolo a Roma a Palazzo Medici a fine luglio…”, disse lui.
“Non vorrei che…”, continuò per fermarsi subito a metà frase.
“Che?”, chiesi spontaneo.
“Oh niente, niente…però si sposano bene con lo spettacolo di Carolyn, forse ha aggiunto quelle figure solo qui a Venezia.

La ballerina – forse meglio dire la danzatrice, la danzeuse-adesso andava e veniva da un parte all’altra del palco. Era commovente sentire il suo respiro affaticato. Era serissima nell’intento di trasmettere quella purezza che avevo intravisto molti anni prima nella stanza di Rothko alla Tate Gallery.

Lo spettacolo non durò molto. Le figure divennero sempre più veloci sullo sfondo. Creavano dei vortici, dei mulinelli d’aria, rimanevano sempre nella semioscurità e spesso si confondevano con le immagini che le telecamere dall’alto rimandavano alla platea sullo schermo. Lo spettacolo finì in silenzio. Carolyn ormai compiva piccoli lenti gesti con le gambe divaricate come se stesse in groppa ad un cavallo. Sembrava gonfiarsi. Sollevarsi -come all’inizio quand’era accovacciata a scrivere - nell’aria. Ma era un’impressione creata scientemente. Adesso Carolyn aveva lo sguardo fisso sulla platea. Le figure dietro, quelle si sembravano sollevarsi in aria e volteggiare. Era un effetto molto adeguato. L’unico fastidio era un sibilo che -nel silenzio rotto solo dallo strascicare dei piedi di Carolyn sulla tavola della scena-entrava dritto nel cervello.
“Cazzo…”, ripetei, quella sera non usavo certamente espressioni gentili.
“Pucha vida…”, disse Chico,”questo fischio mi uccide…”
“Lo senti anche tu?”, gli dissi.
Ci guardammo perplessi come se ci fossimo traditi vicendevolmente, senza volerlo.

Lo spettacolo finì e Carolyn raccoglieva applausi forti e prolungati. Quando arrivò dalla nostra parte salutò Chico vistosamente, lanciandogli un bacio.
“La conosci? Una volta l’ho intervistata, non credo si ricordi di me, però…è stato parecchio tempo fa…”
“E’ una vecchia amica, una volta ho scritto della musica per un suo spettacolo e abbiamo lavorato del tempo insieme…dopo andiamo a trovarla nel camerino.
Chico fece un cenno delle mani a Carolyn, come per dirle “ci vediamo dopo”. Lei sorrise annuendo. Mi guardava in modo curioso, quasi a scandagliare nei meandri della memoria per focalizzarmi.

[OTTAVO CAPITOLO]

ANTROPOLOGIA DELLE OMBRE


Tutto i nostri pensieri in un solo secondo
La possibilità di ritrovarsi sul cammino
Spogliando questo corpo di se stesso

Carolyn Carlson
“Le soi e le rien”




























Dove si dice della natura del potere umbratile anche in modo scientifico

[…]

Da quella specie di fuga, che fuga non era semmai era un aprire gli occhi su come avrei dovuto affrontare il futuro, quelle acque sempre diverse, sempre cantate, sempre evocate che così hanno creato il loro flusso con costanza. Sono passati anni, enormi gettiti di immateriale aria intorno alla realtà e corsi e ricorsi di minuti di frazioni di minuto- qualche volta vuoti- sono trascorsi inesorabili. Il flusso del tempo come il flusso delle acque. Ti volti verso il ponte sul fiume della tua infanzia quando stai per percorrerlo. Prima di quella curva a gomito che ti permette solo voltandoti di vederlo e di dirti che quelle acque sempre scorrono. E per fortuna che continuano a scorrere in quel modo sonnolento, pensi. Significa che esisto anch’io perché quelle acque le vedo scorrere. E’ come per le maree. L’acqua si ritira. Inspirazione dell’universo. L’acqua avanza. Implosione del senso ultimo delle cose di questo mondo che vanno e vengono. Costantemente, inesorabilmente, inevitabilmente hanno moti di avvicinamento che richiamano una lontananza, quasi una nostalgia. Sono passati anni- e solo un paio dopo l’eclissi e la corsa placida verso l’Italia ho percepito di che natura è fatta il mio potere spaventoso. Il potere umbratile. Continuo a chiamarlo così perché mi turba di meno saperlo come parte del mio modo d’essere al mondo, usando una parola evocativa. Un aggettivo che vuol essere divertente, non drammatico com’è in realtà. Un motto di spirito per rendere accattivante il potere di vedere oltre il presente. Di essere sempre avanti nelle percezioni.

Qui sull’isola ci sono per disperazione. Le ombre non ammettono distrazioni. Richiedono impegno mentale, partecipazione, dialettica forsennata. Ho colto l’occasione al volo di questa casa sull’isola greca, sperduta nel mare Egeo che un ricco hippie s’era fatto costruire negli anni 60 per sé e la sua comune di amici internazionali. Il vecchio hippie è sprofondato in qualche letto di un qualche ospedale americano dopo uno stupido incidente. Era –è- un amico di Chico e la segnalazione è venuta proprio da lui. La usava anche Chico questa casa quando non riusciva a sottrarsi al pressing delle ombre. La usava quando si fermava in Europa. Anche Chico ha il mio stesso potere umbratile. Mi ha raccontato il suo segreto due anni dopo i fatti della Costa Azzurra. A Venezia. Ad una biennale di danza dove ci eravamo incontrati per caso.

Vagavo nella mia strampalata esistenza tra terrore dell’aldilà e fascinazione per le possibilità della mente inusitate che mi si erano sviluppate, vagavo da troppo tempo. Stavo seguendo in quel periodo le orme di una biografia di Nietzsche scritta da un autore inglese. Passavo da un albergo svizzero a pensioncine sul lago di Como dove il filosofo tedesco si rifugiava per scrivere nel suo modo enfatico proclami su visioni del mondo futuro che sono il nostro tempo presente.

A Venezia capitavo nei giorni della Biennale –di solito a settembre- per immergermi nelle proposte dell’arte contemporanea come per dovere. Non capisco le installazioni-le cosiddette installazioni che diventano eventi- ma esserne parte è comunque stimolante. Sento come un dovere visitare le esposizioni. Preferisco la pittura però. Sulla tela riconosco i limiti del mio vedere. Di qua la ricostruzione di un possibile universo-fatto di segni spesso indecifrabili, misteriosi e per questo affascinanti-poco oltre la cornice-se c’è -il vuoto, la parete bianca generalmente. Non c’è più niente. Riesco a delimitare le intuizioni. Le installazioni ti costringono alla terza dimensione che non è più scultura non è ancora realtà. Sono giochetti da come la vedo io. La pittura è difficile. L’happening spesso è una trovatine facile facile.

Quell’anno rassegna di danza arricchiva il cartellone. Era un punto di forza addirittura. In platea, allo spettacolo che Carolyn Carlson stava per mettere in scena, c’era anche Chico. Lo riconobbi subito anche da dietro e da lontano. Era in compagnia di una ragazza creola bellissima.
“Heilà Baudelaire, il sorriso è tranquillo e gli occhi arditi eh?”, gli picchiettai sulla spalla con delicatezza. Non so se colse l’allusione rivolto alla sua amica, che avrà avuta venticinque anni. Giovanissima vicino a lui. Non poteva essere una figlia. Una giovane ammiratrice. Un’amante da esibire. La ragazza aveva i capelli neri raccolti in una lunga treccia. Fece un sorriso larghissimo con labbra carnose. Un sorriso ipnotico. La bellezza selvaggia che ti lascia senza fiato, una grazia ignorata, come scrive Baudelaire. Strizzai l’occhio a Chico. Ero curioso di vede se la ragazza “camminava alta e svelta come una cacciatrice”.[1]
“E’ da un po’ che non ci si vede, vecchio”, gli dissi.
“L’ultima volta sei scappato di corsa, avevi paura di qualcosa? Di qualcuno?”, disse Chico.
“Sai che ho rotto con Grazia, no?”
“Lo so, storia vecchia, mi pare”.
“Te l’ho scritto nelle cartoline, d’altra parte”, dissi.
“Forse quelle cartoline erano bagnate delle mie lacrime”,aggiunsi.
“Amigu, lei si chiama Gisele…”, la ragazza continuava a sorridere ma sembrava assente. Si alzò in piedi e raggiunse una sua amica. Camminava proprio come una cacciatrice. Movenze lente ma decise. Si volse verso di noi quasi per scusarsi. Chico le fece un gesto come per dire “vai pure”.
“Non capisce l’italiano”, aggiunse Chico.
“L’ho incontrata a Parigi sul ponte Solferino e da quel giorno non sono riuscito a staccarmene”
“Ah ti capisco”, dissi strizzando ancora gli occhi, senza riuscire a non guardare Gisele muoversi nella platea.

Lo spettacolo aveva un titolo in lingua celtica “An dianav a rog ha ch’hanoun” che Carolyn aveva letto sopra la porta di un museo di Nantes, nella Bretagna. L’ignoto mi divora è la traduzione di quella espressione in quella lingua misteriosa. Interessante espressione tesa a raccogliere il modo dei celti di percepire spazio e tempo. Avevo avuto occasione di incontrare Carolyn quando mi occupavo di una rivista letteraria. La incontrai in un camerino di teatro anonimo. Volevo sentire la sua voce dopo averla vista danzare. Muoveva le braccia quasi a scrivere nell’aria larghe parole dai significati semplici ma incisivi. Metafisica delle movenze danzate. Quando la danza non è un andar dietro la musica aritmicamente, ma rendere il gesto la congiunzione perfetta di significato ed espressione. Antica utopia il capire nell’immediato il senso della vita. Solo i bambini ci riescono mescolando la fantasia – il vedere oltre il visibile – e il vissuto propriamente contingente. Lo scorrere del tempo insomma. Mi rilasciò una commovente intervista. Commovente nel senso che lei rimase molto colpita dal mio modo di chiedere il senso della sua arte. Le mie non erano domande tipicamente tese a sondare informazioni ma rivolte all’emozione immediata.
Le dissi:
“Effimero ed eterno…”, lasciando sospeso il resto che non c’era.
“Cos’è una domanda?”, disse lei stupita.
“Non capisco…”, continuò.
“E’ una specie di domanda, durante lo spettacolo ho sempre pensato che quello che vedevo non l’avrei più rivisto in quella forma, ma un’eco mi sarebbe rimasta indelebile nella retina, avrei rivisto le braccia esili e delicate muoversi nell’aria ogni volta che un sasso avrebbe formato dei cerchi nell’acqua, per esempio…”, dissi d’un fiato.
Carolyn sgranò gli occhi e disse:
“Caspita, ragazzo, nessuno mi ha mai fatto simili domande, se chiedere è una espressione sensata per due aggettivi così antitetici ma complementari, no?”
“Ah certamente, stasera ho avuto una sorta di folgorazione, la danza non mi ha mai interessato, ma so che lei, signora, scrive delle poesie…”
Mi regalò un suo piccolo libro in quell’occasione. Leggere le sue parole, vedere la sua danza (anche in video) è come avventurarsi nella pittura di Rothko.

[fuori campo]

Era un’estate del mio periodo universitario. Avevo viaggiato su un pulmino wolkswagen, di quelli tipici se non proprio del tempo, almeno un residuato di quelli immediatamente precedenti. Ero in compagnia di un amico di un amico e di un excarabiniere che era capitato lì quasi per caso. Così mi sembrava. Non so che cosa andavano a fare quei due mal assortiti a Londra, però avevano un posto per me, pur che pagassi una quota del carburante e dell’autostrada. L’excarabiniere sul traghetto ordinò un rituale the perché in Inghilterra si deve bere il the, anche se eravamo sulla Manica..
“Ce semo arrivati quassù per bere sta schifezza…”, fu il suo commento.
All’attracco ci aspettava la dogana inglese che è sempre molto severa. Quello si chiamava come un ricercato per omicidio addirittura. Perquisirono dappertutto e l’autista, che aveva folti baffoni e capelli lunghi stile afro non era per niente preoccupato. Tutti e due -soprattutto l’excarabiniere- ci ridevano su sorseggiando quella schifezza di the, stavolta in terra inglese. L’excarabiniere mostrò il tesserino e ridacchiava ai serissimi doganieri britannici.
Mi lasciarono vicino a Trafalgar Square, quasi in mezzo alla strada, e non rividi più nessuno dei due. Il mio voleva essere un viaggio avventuroso senza meta. Nessuna prenotazione. Quello che capitava per vivere uno straccio di avventura da poter raccontare in futuro.
Inevitabilmente presi a fare il turista ed a girare mostre, musei e gallerie. Quel tipo di posti di cui puoi fare anche a meno ma che quando ci sei non puoi evitare. E’ tempo perso? Meglio sarebbe trovare angoli nascosti e non fare per forza le cose tipiche che un turista fa a Londra? Come si fa ad essere originali senza diventare snob? Anche se vai per cimiteri è lo stesso. A Londra c’è la tomba di Carlo Marx per esempio. Un cimiterino a nord, da cambiare un paio di treni della metro.
Te lo puoi permettere di cercare luoghi inusitati se frequenti spesso le grandi città (poi sarebbe successo e il problema non si sarebbe più posto)e diventa familiare passare davanti al British Museum o al Louvre ed evitarli. Oppure andare solo quando si vuole. Confondersi tra la folla.

Come aveva letto da qualche parte:
“Va’ alla stazione
Aspetta l’arrivo del treno
Ed esci coi viaggiatori
Come se fossi arrivato da qualche luogo”.[2]

Quella volta però era la mia prima e non potevo evitare la Tate Gallery. Avrei trovato quello che vedevo solo sui libri e nelle riviste di settore.

Sulle sponde del Tamigi la Tate Gallery si offriva nel suo edificio austero. Ricordo grandi quadri di Warhol per le scale e ricordo il mio stupore per quelle immagini ultraconosciute, ma viste in altri formati. Libri, poster, tazzine da caffè, pochette, copertine di dischi, foulard, carta da pacchi, quaderni, matite.
Ma non in quel modo, scendendo quelle scale. Solo scendendo delle semplici scale.
Pensando “sono a casa e dico ai miei ospiti, ecco i miei Warhol”. Scesi quelle scale – risalendo altrove - un paio di volte per rifare la scena dentro di me.
Conoscevo appena l’opera di Rothko però. Capitai nella sua famosa stanza girando senza scopo, come mi piace fare nei musei. Non con metodo, seguendo la guida e la sequenza dei numeri, dei periodi, degli argomenti. Mi piace andare in modo selvaggio. Solo la mia selvaggeria mi portò davanti, attorno, dietro, davanti, dappertutto immerso nei magmatici colori dei Seagram Murals – pur sfumati, pur uniformi ma che a me sembravano un esplosione di colore puro. Come un flusso, come le maree nell’universo di silenzio che Rothko desiderava per i visitatori, farli entrare un una atmosfera di concentrazione, di meditazione persino e rispetto.[3]

[…]

Così gli spettacoli di Carolyn. Purezza. Senza spiegazioni. Parole in libertà ma senza caos, parole espresse dalla disciplina delle movenze del corpo che fluisce nello spazio. Non è più movimento, non è ancora silenzio. Rispetto. Poesia naturale senza parole, senza significati. Effimero ed eterno.

Quella sera a Venezia avvenne qualcosa che mi fece scoprire tante cose che mi chiedevo da quel giorno dell’eclissi a Stonehenge. Le luci si spensero. Una musica salì lentamente e da una luce fioca che cresceva comparve Carolyn. Era seduta alla giapponese e scriveva con una lunga penna animale. Tracciava segni celtici che una telecamera riprendeva da sopra di lei perpendicolare e rimandava su un grande schermo. Le mani scivolavano su quei segni con delicatezza. Carolyn si alzò come sollevandosi in aria. Il busto si inarcava, le spalle si sollevavano e con le mani continuava a tracciare segni. Ero piuttosto vicino in quel teatro ricavato da un ampio spazio dell’Arsenale. Vedevo la sua espressione che voleva essere di stupore. Carolyn sgranava gli occhi oltre il visibile. Soltanto lei vedeva crescerle tra le mani una scrittura antica che parlava di emozioni che sussistevano nonostante il bisogno di costruire una parola – un segno- per esprimerle. Segni grafici incomprensibili ai più. Non capivo niente ma capivo tutto di quello che avveniva. Sullo schermo comparvero delle figure scure che si muovevano lentissime. Sembravano passeggiare chiacchierando, una delle figure indicava la platea in modo quasi disturbante, imbarazzante.
“Cazzo…”, mi scappò-“chi sono quelle ombre?”, non mi rivolsi in modo specifico a Chico, ma eravamo gomito e gomito e non potevo che rivolgermi che al mio amico brasiliano.
“Sapevo che sulla scena era prevista solo Carolyn, me l’ha detto un amico che ha visto lo spettacolo a Roma a Palazzo Medici a fine luglio…”, disse lui.
“Non vorrei che…”, continuò per fermarsi subito a metà frase.
“Che?”, chiesi spontaneo.
“Oh niente, niente…però si sposano bene con lo spettacolo di Carolyn, forse ha aggiunto quelle figure solo qui a Venezia.

La ballerina – forse meglio dire la danzatrice, la danzeuse-adesso andava e veniva da un parte all’altra del palco. Era commovente sentire il suo respiro affaticato. Era serissima nell’intento di trasmettere quella purezza che avevo intravisto molti anni prima nella stanza di Rothko alla Tate Gallery.

Lo spettacolo non durò molto. Le figure divennero sempre più veloci sullo sfondo. Creavano dei vortici, dei mulinelli d’aria, rimanevano sempre nella semioscurità e spesso si confondevano con le immagini che le telecamere dall’alto rimandavano alla platea sullo schermo. Lo spettacolo finì in silenzio. Carolyn ormai compiva piccoli lenti gesti con le gambe divaricate come se stesse in groppa ad un cavallo. Sembrava gonfiarsi. Sollevarsi -come all’inizio quand’era accovacciata a scrivere - nell’aria. Ma era un’impressione creata scientemente. Adesso Carolyn aveva lo sguardo fisso sulla platea. Le figure dietro, quelle si sembravano sollevarsi in aria e volteggiare. Era un effetto molto adeguato. L’unico fastidio era un sibilo che -nel silenzio rotto solo dallo strascicare dei piedi di Carolyn sulla tavola della scena-entrava dritto nel cervello.
“Cazzo…”, ripetei, quella sera non usavo certamente espressioni gentili.
“Pucha vida…”, disse Chico,”questo fischio mi uccide…”
“Lo senti anche tu?”, gli dissi.
Ci guardammo perplessi come se ci fossimo traditi vicendevolmente, senza volerlo.

Lo spettacolo finì e Carolyn raccoglieva applausi forti e prolungati. Quando arrivò dalla nostra parte salutò Chico vistosamente, lanciandogli un bacio.
“La conosci? Una volta l’ho intervistata, non credo si ricordi di me, però…è stato parecchio tempo fa…”
“E’ una vecchia amica, una volta ho scritto della musica per un suo spettacolo e abbiamo lavorato del tempo insieme…dopo andiamo a trovarla nel camerino.
Chico fece un cenno delle mani a Carolyn, come per dirle “ci vediamo dopo”. Lei sorrise annuendo. Mi guardava in modo curioso, quasi a scandagliare nei meandri della memoria per focalizzarmi.
[1] cfr pag133 A UNA SIGNORA CREOLA – BAUDELAIRE-OPERE-MERIDIANI trad..G.RABONI
[2] Jiri Kolar – Collages – Einaudi 1976 pag.24
[3] Jacob Baal-Teshuva ROTHKO –Taschen pag.78

H o m b r e


r o m a n z o





























[FUORI CAMPO A MO’ DI INTRO]

Ho scritto queste migliaia di parole comprese note a piè di pagina
per raccontare una storia in fondo semplice eccetera in serate invernali
e primaverili
e poi estive eccetera
e poi ancora fredde riempite comunque
e forse mio malgrado proprio di queste 29.066 parole

perché crearlo
questo mondo parallelo
è già l’avventura cui aspirare
e spesso
ha viaggiato questo testo
nel suo workinprogress
in una specie di bookcrossing [1]

e s’è staccato
dalle mie intenzioni captato qui e là sul web
in electro-diari di bordo o forum anarco-aristocratici
da non so chi non so come

io tuttavia inconsapevole degli sviluppi
-come dire la storia ti si costruisce tra le dita-
rileggendo spesso e mai pago di raccontare

perché facile
non è permettersi il lusso di raccontare
di un mondo parallelo.





PRIMA PARTE



[PRIMO CAPITOLO]
MESSAGE IN A BOTTLE








La vita è solo un’ombra che cammina: un povero istrione, che si dimena, e va pavoneggiandosi sulla scena del mondo, un’ora sola: e poi, non s’ode più.

William Shakespeare - da Macbeth















Dove si delineano le linee guida del narrare la storia dell’ombra che cammina.


[fuori campo]

Rumori di fondo. Sottofondi di voci sussurrate, appena comprensibili, appena percettibili. Sorrisi imbarazzati da e verso la scena. E’ una specie di recita dove gli attori sanno di non essere veri attori. Reciterebbero se stessi, se solo ne fossero consapevoli. Sguardi infuocati, febbricitanti quasi, pieni di paura. Ma non c’è niente di cui avere paura. E’ il leit-motiv che ripeto cioè canticchio nel mio modo finto-allegro.

E’ la normale ruota degli avvicendamenti. L’hai già vissuto. Oppure qualcuno l’ha già vissuto al tuo posto e ne ha lasciato traccia in qualche oscuro meandro cromosomico. Neuroni vorticosi, sinapsi persino scandalosa. Luci improvvise, accecanti. Rumore fuori scena. Braccia che proteggono occhi. Un grido appena.

Aaahhh. Non un grido di dolore. Di stupore semmai. Il teatro è enormemente vasto, il rafforzativo consente una concentrazione formidabile. Non si vede la fine del palcoscenico dietro la luce forte. Qualcuno si muove sulla scena. Arranca. Con i piedi strascicati. Guarda verso la platea con occhi vuoti. Non sono veri occhi. Piuttosto un’espressione. Vorresti non esserci, vorresti non essere. Arrivare direttamente alla fine di questa commedia.

Il rumore delle onde ora sovrasta i sussurri. Qualcuno fugge. Qualcuno resta. E’ il solito gioco degli avvicendamenti. La ruota della vita?
O piuttosto un gioco delle parti? Strappare all’eco l’ultima parola.[2] Devo averlo letto da qualche parte. Troppo lapidario il concetto per non essere che un ricordo di letture fatte tanti anni fa. Infatti, l’ho letto da qualche parte, ma proprio non ricordo dove.

Le nostre parole sono solo un’eco della parola. E ancora. L’immediato è anche il non mediabile.

Cos’era? Un gioco? Un gioco linguistico? Tra me e questa recita che sembrerebbe un sogno – non fosse per i rumori di fondo e l’odore di mare - c’è l’abisso di un golfo mistico wagneriano. D’altra parte siamo a teatro e qualcuno la sta recitando questa maledetta commedia. Delle parti. Appunto. Devo svegliarmi. Si, devo proprio farlo. Ma ho gli occhi spalancati, no?



Sognare ad occhi aperti è troppo banale. Mi guardo riflesso in uno specchietto tondo, di quelli per il trucco, e vedo i miei occhi spalancati.

Dai, svegliati E’ ora…

[…]

La mia vita non vale un cazzo.

Lo so che è un modo poco elegante –anzi per niente elegante- di esprimere un sentimento, questo sentimento.
Lo so bene io che avverto come un’offesa personale affrontare un testo con incipit come questi.
Un incipit è qualcosa che supera il momento. Esprime già tutto un mondo. Senti le musiche di accompagnamento. Riesci a sentire gli odori del momento, se ti concentri. Non dovrebbe mai essere scritto all’inizio della stesura di un testo narrativo. Non è una regola scritta. Magari si forma su piccole assonanze durante la stesura. Ritorni indietro col tasto return. Lo schiacci ben bene, quasi a fargli male. Il lettore che verrà - che non sempre è quel te stesso che in quel momento ti rappresenta – deve avere subito l’impressione di dove andrà a finire, continuando la lettura.
Ormai però l’unica certezza che mi rende vivo è sapere della gratuita incompletezza del mio agire. Da qui deriva la mia categorica presa di distanza espressa con quel linguaggio crudo, non mio. Nemmeno tanto volgare, quanto identitario di un modo di essere, di porgersi, di presentarsi sulla scena del Reale.
Però quell’espressione forte si applica così bene all’atteggiamento che mi ha portato a scrivere questo mio memoriale, anche se poi, come si dice, nel Grande Disegno Del Mondo Conosciuto ogni creatura –animale o no, ma anche minerale se vogliamo – ricopre un ruolo, svolge una sua funzione, quindi l’assunto non avrebbe motivo di essere espresso con quella brutalità.
Affiderò le mie note al mare nel modo più banale che c’è concesso dalle frequentazioni letterarie. Ogni tanto stamperò qualche pagina. La infilerò in una bottiglia sigillata e la lancerò in mare.

Mi ricorda un personaggio laterale - ma fondamentale- del libro che ha fatto la mia fortuna di editor: l’uomo lasciava pagine che stampava da un blog sulle poltrone nei cinema, oppure in qualche chiesa di campagna o in cabine telefoniche di stazioni, nei bar accanto ai quotidiani della stampa locale o dentro fogli sportivi.
Chi portava con sé i fogli abbandonati dovevano essere speciali, quindi lui li seguiva, lasciando che quella scelta determinasse i suoi movimenti successivi. Li fotografava di nascosto e a casa annotava gli spostamenti quegli sconosciuti, per fare congetture sulle loro vite e cosa potevano rappresentare per loro le parole lette dai fogli, diventando parte questa esperienza di una loro immaginaria biografia. L’uomo che lasciava le pagine del blog diventava parte integrante della storia, prima di tornare alla narrazione vera e propria. Era un modo, per l’autore, di raccogliere le idee, di farle diventare movimento, prima di tornare sui normali binari,[3] inevitabilmente paralleli, quindi che non si incontravano mai. Le storie raccontate come fossero vere che si intrecciavano con le storie di chi raccoglieva brandelli e frammenti nei nonluoghi della nostra quotidianità.
Aspettava che qualcuno si impossessasse di quei fogli A4 e ne studiava le reazioni, annotandole in un taccuino nero, di quelli con l’elastico tanto cari a Bruce Chatwin. Anche semplicemente scriverci sopra era un gesto importante da annotare (in questo caso cercava di recuperare i fogli per trascrivere gli appunti lasciati: numeri di telefono, frasi smozzicate, utilizzava i numeri dei cellulari per spedire qualche assurdo sms del tipo “come hai trovato la frittata letteraria che ti ho condito tartufata?”), oppure stracciare i fogli con rabbia (una volta capita in un racconto anche questo).

Naturalmente questo mio modo di affidare alle onde le mie parole è un omaggio all’autore che ha accompagnato la mia prima adolescenza, inquietando i pomeriggi e le sere di diverse stagioni. Ho continuato a rileggere i “Racconti straordinari” di Poe per tutto il liceo. I perfetti meccanismi letterari che trovavo nel libro con la copertina dura rossa, edito a Firenze secoli fa, sono per me una scuola. Alla fine non lo leggevo più per le storie raccontate – che conoscevo a memoria- ma per lo stile. Quel privilegiare certi argomenti, quei passaggi temporali, quelle invenzioni mi esaltavano.
“Abbiamo sempre il vento in poppa, e poiché siamo forniti d’una quantità enorme di vele, la nave, talvolta emerge completamente dal mare! – queste sono parole di Poe – Oh! Orrore su orrore!”. [4]
Anch’io mi sento col vento in poppa. Sento quasi di dirlo forte anch’io orrore, orrore; ma i giorni, le settimane, le ore – questi minuti – prendono corpo in un nulla celeste (qui sull’isola l’azzurro domina lo sguardo), che cerco di ritmare con una disciplina esistenziale che mi sono imposto, da quando trascorro la maggior parte del mio tempo con questi orizzonti negli occhi. In una quasi perfetta solitudine. Orrore, orrore.

[…]

Qui è una piccola isola del mar Egeo.

Il sole non manca mai, così il rumore delle onde: anche quando il mare è calmo e non c’è vento, il suo rumore – la sua musicalità che ormai riconosco in base alle stagioni– non mi abbandona mai.
Ho dovuto creare una zona insonorizzata della casa per riuscire ad essere davvero in silenzio: nel sotterraneo che è diventato una sorta di camera delle meraviglie. Il sotterraneo c’era già ma non così attrezzato. Sono autonomo quasi in tutto. L’energia è quella eolica o solare. Ho un generatore che va a diesel per le emergenze. O serbatoi enormi per l’acqua. Diesel ne tengo pochissimo invece. E’ stato un lavoro lungo e meticoloso isolare il sotterraneo di questa casa, ma ne valeva la pena. Posso urlare senza maree d’accompagnamento. Posso ascoltare i miei pensieri. Riesco persino a sentire le pagine del libro che sto sfogliando, frusciarmi tra le dita, è un miracolo qui. Ho cercato dei palliativi alla mia solitudine insomma.
La disciplina che mi sono imposto è una forma di consolazione.
Sveglia sempre alla stessa ora, luuuunga passeggiata fino a quel piccolo golfo laggiù, dove c’è la chiesetta ortodossa, tutta bianca.
Letture dei testi al ritorno – lavoro, lavoro, lavoro – un caffè a metà mattinata, stretching alla scrivania.
Verso mezzogiorno annaffio l’orto, poi preparo il pranzo lentamente. Consumo i miei pasti altrettanto lentamente.
Dopopranzo un’occhiata alla posta (non manca mai un’email di Chico), deinde la rassegna stampa – prima di tutto quella locale della mia antica e lontana piccola patria mai davvero dimenticata: per sapere di incidenti stradali, di convegni, di matrimoni, notizie che svuotano in realtà la mente- poi quella vera e importante, per sentirmi parte di una specie di progetto.

Vecchio vizio il sentirsi parte di qualcosa.

Senza questo vizio non continuerei a fare l’editor, non ne ho bisogno, sono fin troppo ricco. Leggere le notizie è utile perché mi riporta ad un reale che sembra vero e che poteva appartenermi, con tutta la noia possibile, con i suoi passaggi obbligati, persino con i riti della quotidianità più prevedibile.

Altre due, tre ore di editing nel pomeriggio prima della corsetta serale, infine di nuovo la preparazione del pasto e il lento consumare dei cibi.
Peccato quel ripetere in un borbottio l’orribile intercalare che mi spinge ad affermare che la mia vita non vale un cazzo.

Sulla veranda, verso il mare, mi metto a gridarlo forte, sempre più forte, fino a che la voce non si spezza. Serve a poco ma sento che anche questo mi consola.



[...]

Sono qui da circa tre anni. Mi sono trasferito sull’isola, quando ormai era diventato impossibile vivere nel mondo civile, almeno per me.
Lo dicevo sempre al mio amico Chico:
“Guarda che è difficile non dormire quasi mai…troppo pensare, troppa velocità, troppe connessioni.”

Chico conosce il mio segreto potere, è stato lui a raccontarmi degli uomini-ombra della foresta amazzonica.

Allora ho capito che per me è più facile vivere in luoghi selvaggi, quasi disabitati come quest’isola, perché nel mondo civile (dopo tre anni qui so che è un eufemismo chiamarlo in questo stupido modo), dove, anche quando si è soli, schiere di esseri umani – che vivono, si muovono, corrono, respirano, producono, si amano, parlano e soprattutto muoiono – non smettono di rendersi presenti, di dire la propria ultima parola, di esserci e conseguentemente – nell’ora dell’addio - di non esserci più sul piano fisico, ma di rendersi presenti in forma di ombre.
Almeno a me e a me solo – non so di altri con le mie stesse caratteristiche - da quando in quella maledetta estate del ’99, quello che chiamo il potere umbratile si è come impossessato di me.

Possessione è la parola giusta.

E’ come essere agiti fuori della propria volontà. L’orizzonte vibra di presenze. Non qui in questo angolo selvaggio di mondo, ma là dove gli uomini e le donne si accalcano nelle città o nelle case sparse delle campagne, in tutti quei posti – tout le monde – dove la socializzazione è una conseguenza naturale dello stesso essere uomini.

Le ho anche studiate, quando ero all’università, le forme culturali dell’uomo come animale sociale, mi sono spaccato la testa sulle relazioni di parentela dei popoli primitivi che per superare i problemi – tutti fisici – dell’incesto, creano tabù, coercizioni, raccontano storie – inventano miti - che ne esorcizzino la pratica. Sapere di queste cose invece non mi consola per niente perché quando l’orizzonte vibra di presenze la mia tranquillità finisce.
Sono costretto ad intrattenermi con le ombre.
E’ giocoforza.
Loro mi riconoscono come il tramite tra la vita e la morte e vogliono sapere da me come devono comportarsi in quello stato di non realtà.

Non lo è più reale il mondo per loro e non sanno se lo sarà ancora, hanno però il ricordo di cosa significa viverci (e vivere tout court) e ne provano nostalgia. A me chiedono di non abbandonarli e io d’altra parte non posso sfuggire alla loro presenza.

[...]

Nell’estate del 1999, nel giorno del mio trentacinquesimo, compleanno ero a Stonehenge, arrabbiato con tutti, ma soprattutto con Grazia, in balìa degli eventi.

La storica eclisse di fine millennio, quella celebrata da tante emissioni filateliche e dal cantare in forma di inno di Pavarotti in Romania (dove l’eclisse era al suo zenit) stava per avvenire e vedevo i nuovi druidi - vestiti di tuniche chiare, uomini e donne - avvicinarsi al cerchio di pietre, con passo solenne, per assistere -da quel luogo denso di sacralità naturale - l’evento magico-astronomico da tempo atteso.

Li trovavo ridicoli in quella ieratica postura, nel farsesco scimmiottare antichi riti, ma la serietà con cui compivano gesti non codificati da nessun rito praticato con regolarità, allontanava da me la facile ironia.
Con me c’erano due ragazzi toscani che giravano l’Europa in autostop e che avevo raccolto in Francia, poco fuori Parigi.
Loro invece, vicino al cerchio di pietre - in quel giorno in cui eccezionalmente ci si poteva avvicinare a quel luogo misterioso, di solito chiuso alle visite – si poteva addirittura toccare le pietre per stabilire un contatto con il mondo primordiale- loro, i ragazzi (ai ragazzi è tutto permesso) ridacchiavano divertiti.
“Dai, sono proprio stupidi – diceva la ragazza – a conciarsi così, è una mascherata, anzi una bischerata”, provenivano dalla provincia di Siena, stavano insieme da poco tempo, dalla fine del liceo.
S’erano ritrovati insieme senza nemmeno accorgersene.
Complice la cena di classe che chiudeva il lungo ciclo scolastico, prima di avventurarsi nell’età matura, il salto prima della vita non più spensierata.
Quel viaggio in autostop era una sfida verso i genitori di entrambi che non credevano più possibile quel modo di muoversi liberamente.
Genitori giovani e bizzarri –così apparivano nei racconti fatti in macchina, prima di arrivare a Stonehenge- che consentivano ai loro figli un viaggio ontheroad, quasi come una sorta di gran tour alla fine degli studi, ma un gran tour al contrario, verso le capitali d’Europa, verso nord.

Aspettavano però anche loro – non so quanto timorosi o pieni di fascino – il momento dell’eclisse. Il sole nero sarebbe stato un suggello spettacolare al millennio che stava per finire. Eravamo attrezzati con occhiali da saldatore, comprati in Francia in un negozio di ferramenta.
Alla ragazza donavano molto quegli occhiali speciali.
“Ti stanno benissimo”-le dissi, tra la calca dei druidi che intonavano cantilene beneaugurati.
“Ma non vedo nulla, è tutto nero”
“Aspetta, abbi fede, nel momento dell’eclisse avrai il privilegio di poter vedere l’invisibile ad occhio nudo.”

[…]

Ora guardo il mare. Osservo l’incessante respiro del mare. Il flusso che non s’arresta mai. Inspirare. Espirare. Proprio come un respiro.
Come se la terra vivesse d’una vita linfatica, proteinica, ferrosa, animalescamente aggrappata all’immissione di ossigeno e all’espulsione dell’anidride carbonica, clorofilla sanguigna, pulsione di vita che si pone domande musicali, rispondendosi subito dopo. L’onda arriva e subito si ritira. Cerco di riannodare i ricordi di questi ultimi anni per paura che mi sfuggano sul ritmo delle onde.

[fuori campo]

Ora mi basta ragionare ancora, e anche: ogni mio bene regala aggettivi, ombra!

Li frego così – benevolmente – i morti. Quelli freschi di trapasso. Che si aggirano svagati, appena assorti in quali pensieri non è dato sapere (se il termine ”pensiero” è giusto, ma dovrebbe esserlo).

Li frego con gli acronimi o con la matematica. Piccoli conti. Numeri in libertà. Li costringo a pensare, ad usare l’unica sostanza –sostanza?- di cui sono fatti. Così stabilisco un contatto che supera il dramma della non-esistenza. Perché lo capiscono di non essere più capaci di afferrare un oggetto, o di poter davvero parlare con qualcuno (se non con me o con quelli come me).

Hanno caratteristiche particolari queste ombre. Si. Sarei addirittura in grado di scrivere un “Trattato di psicologia delle ombre”. Conosco i loro tic. Quel modo sempre nervoso che hanno di muoversi sgusciandoti dietro o svolazzando sulle pareti. Si confondono con la mancanza di luce che un oggetto che abbia una sua fisica consistenza produce (strano produrre una mancanza di qualcosa, una privazione). Quel numero che corrisponde alla massa di un corpo che fratta per la sua velocità di esposizione sullo scenario della surrealtà e moltiplicata per il doppio del tempo di reazione rivela la natura del tipo di “vita” che sussiste subito dopo la morte. Almeno credo accada questo per tutte le ombre. Non credo ci sia una regola del tempo che ci resta dopo l’uscita dal corpo fisico e la trasformazione in molecole di luce nera. Conosco il modo di ragionare delle ombre. La velocità delle libere associazioni e del ragionare per enigmi, usando multilinguistici passaggi logici alla Wittgenstein, come si trattasse di raccontare storielle. Per questo le ombre conoscono il futuro e possono rivelarlo nei sogni. Posseggono una velocità di ragionamento che lascia stupefatti. Parli di un qualcosa –esempio: la battaglia di Trafalgar- e loro ti parlano di equipaggiamento delle truppe. Del costo delle fibbie dei giacconi dei soldati. Rapportano poi il costo di allora con quello attuale e ti spiegano come è difficile fare una guerra oggi, di quanto spostarsi a cavallo fosse faticoso e complicato, ma anche di quanto è complicato per un tecnomilitare di oggi collegare i vari strumenti di visione a raggi infrarossi. Bisogna saper tradurre il meltingpot che usano, quella specie di spanglish misto latino, con dialettismi di tipo nordico (l’uso delle “u” –che mi ricorda il basco e l’islandese-è devastante). Sembrano quel personaggio dei fumetti, quel supereroe chiamato Flash che quando corre di qua e di là a salvare qualcuno invischiato in una qualche situazione che solo un supereroe sa risolvere, allora viene disegnato con una scia colorata che cerca di simulare i passaggi ultraveloci del suo andare come un fulmine. La saetta è un suo simbolo. Alle caviglie ha delle alucce, Flash, che lo fanno somigliare ad un Mercurio della Modernità. Corre a destra e a sinistra come fanno le ombre. La vedo la loro scia di luce nera.
Sapere delle combinazioni delle lotterie per loro è un gioco da ragazzi. Sono qui sull’isola grazie al modo che ho imparato di sfruttare questa caratteristica umbratile con i numeri. Il senso di colpa che provo però in quello che sento come un inganno per fini tutti terreni -loro non sanno niente di lotterie o di altro che riguarda il mondo appena lasciato- mi spinge a versare una parte delle somme che vinco – non si possono immaginare le possibilità enormi che sono a mia disposizione – per aiutare chi ne ha bisogno. O che a mio insindacabile giudizio ha bisogno di aiuto. Direi quasi tutti. Da don Benzi agli aborigeni australiani agli ospedali nelle giungle al riordino di cimiteri di guerra.

Associazioni umanitarie, lotta all’Aids, Amnesty, ragazzi abbandonati, chiese di tutte le religioni, anche partiti o persone incrociate passando per caso ai semafori o nelle stazioni di notte sono i beneficiari delle donazioni che provengono dalle mie vincite.
Il lavoro per la casa editrice è diventato una specie di hobby e il bonifico finisce tutto per gli orfani di Sant’Antonio a Padova.

[ancora fuori campo]

Mi allontano dal golfo mistico. Un piccolo passo a ritroso. Senza voltarmi. Voltarsi vuol dire trasformarsi in una statua di sale. Allontanarsi quindi con benevolenza, perché è giusto non infierire sulle libere associazioni di idee. Quando verrà il tempo della NAVE DEI FOLLI – se ne parla in antiche profezie – sarò libero di chiudere gli occhi con serenità, di aspettare le fasi rem dei sogni, quel balbettio delle palpebre che in veloci movimenti crea immagini interiori. Dall’ inconscio su su fino al grande schermo della mente. Ma adesso no, devo pensare a giochini linguistici – pur matematici – per tenerli buoni. Lo diceva sempre Grazia che spesso non si capisce quello che dico. O almeno dove voglio arrivare.

[…]

Full of grace, piena di grazia. La chiamavo così: Maria. Lei un po’ si arrabbiava, ma era tutta una finta. Lei così razionale. Lei così piena di giurisdizione. Di applicazione delle leggi alla vita quotidiana. Stabiliva regole per entrambi senza chiedermi il parere sull’applicazione, perché riteneva quelle regole comunque giuste da seguire. Non era facile conviverci con Grazia, ma l’amore smussa gli angoli, stempera le asperità dei passaggi più impervi. E posso quasi dire che l’eccesso di amore ha portato a separarci. Un mio eccesso di romanticismo forse. Voglio chiamarlo così. L’amore si sposta da uno, arriva a due e si spinge fino a tre. Grazia direbbe che è uno dei miei soliti ragionamenti lambiccati, pieni di alambicchi insomma, per niente concreti. Sono fatto così, così pieno di parole, di narrazioni. E’ il mio lavoro. Quello che sento come il mio lavoro. Una specie di attività stabilita dall’alto. l’espressione “a priori” soddisfa le mie ansie definitorie.

Venivamo da un viaggio fatto da queste parti, proprio seguendo le rotte delle isole maggiori del mare Egeo. Forse è per ricordare l’ultimo momento davvero felice della mia vita il motivo che mi ha spinto a rifugiarmi qui, dove un guizzo di vita aveva cominciato a prendere forma dentro di lei. Per sentirne il dolce sapore. Miele sulle labbra. Chiudi gli occhi. Sei pieno di sapore.

Avevamo programmato questa gita a Stonehenge come una sorta di rito pagano dedicato al sole. Al sole che scompare dietro la luna.
Grazia era incinta. L’aveva capito subito come solo le donne sanno capire queste cose e invece di esserne felice, come me, rimase sconvolta della novità. Cominciò a dire che la sua carriera-agli inizi per la verità-non avrebbe più decollato. Le mattinate in tribunale sarebbero state impossibili con il pancione.
“Non preoccuparti, non è questo che conta.”, le dicevo.
“Cosa conta allora?”, rispondeva con occhi di fuoco.
“Conta il bambino, diventiamo tre, no?”
“Impossibile, impossibile, lo studio farà a meno di me, qualcuno più disponibile prenderà il mio posto.”
Non riuscivo a farla ragionare e questo mi riempiva di tristezza. Ciò che credevo contasse di più tra noi era proprio l’amore, non il resto. Ce la saremmo cavata, ripetevo con un filo di voce. Poteva sempre insegnare oppure trovarsi un lavoro meno impegnativo. Conoscevo tanta gente. Una soluzione era possibile.
“Impossibile, impossibile.” , sibilava lei, fumando una sigaretta dietro l’altra.
“Non fumare, ti prego, il bambino non gradisce il tuo fumo.”
Avevo un nodo alla gola. Quello era l’ultimo dei problemi. L’avrei scoperto qualche giorno dopo.



























[SECONDO CAPITOLO]
VITA SCAPPATA NEL NULLA






E’ la porta a scegliere, non l’uomo.

Jorge Luis Borges
da Elogio dell’ombra



























Dove si raccontano gli antefatti che portarono l’ombra in cammino.


[fuori campo]

Avverto i soliti sussurri nell’aria.
Parlano nel consueto modo che riunisce le lingue del mondo, come nel dormiveglia.
Vedo fuochi in lontananza avvicinarsi, ma è solo una sensazione di calore. Non ci sono veri fuochi naturalmente.
Qualcosa sta bruciando però.
Sento l’odore di bruciato.
Devo aprire gli occhi.
Devo capire dove sono.
Questa sospensione è terribile.
Non ci sono margini di razionalità.
Prendere o lasciare.
Capire le perdite e i guadagni sarebbe già molto.
Mi muovo come su un tapis roulant.
Tutto si muove intorno, anch’io mi sto muovendo, ma resto fermo. L’immobilismo esalta i sentimenti primordiali.
Uccide quelli derivati.
La sapienza per esempio.
L’esperienza.

Non ci sono margini razionali per capire se quello che provo è il sentimento primigenio, che ha creato la prima parola di senso compiuto, sulla terra.



[…]

Grazia si chiuse in un mutismo che non prometteva nulla di buono. Fece il test di gravidanza con un tubetto comprato in farmacia, dove sulla sommità sarebbe comparso un + se fosse stata incinta.
Comparve un bellissimo segno positivo. Bellissimo per me naturalmente. Lei si sbiancò.
“Eccolo…”, disse digrignando i denti. Con un filo di voce aveva aggiunto qualcosa d’altro che suonava come “…il bastardo”. Ebbe almeno l’accortezza di non farmelo capire. Spesso usava una sua ironia fuori le righe che non sempre capivo. Non era quello il caso.
“Allora?”, le chiesi.
“Allora che?”
“Ci siamo, no?”
Lei sembrava terrorizzata e non riuscivo a spiegarmi quella sua avversione alla vita.
“Si, ci siamo”, stavolta sorrise anche se non con la sua solita dolcezza.
Sembrava cambiata dal viaggio in Grecia. Trasformata. Trasfigurata addirittura. Non era più l’amore degli amori. Certo continuavo ad amarla. Cambiamenti di umore, litigi tra noi c’erano sempre stati, è inevitabile in una coppia. Di figli avevamo parlato poco, concentrati com’eravamo nelle nostre professioni. Anch’io stavo vivendo trasformazioni notevoli. La mia opinione in casa editrice diventava sempre più ascoltata. Avevo – ho – un’intuizione fuori dal comune per i testi di valore (di queste mie note invece non mi pronuncio e poco mi importa: il loro valore è quello di una testimonianza a futura memoria, per non dimenticare le sequenze, per non disperdere quel vissuto che sembra appartenere a qualcun altro). Ho quel fiuto indispensabile in un lavoro fatto di intuito. Merce rara. Come un cane da tartufo trovo tra mille proposte il testo giusto da pubblicare nel preciso momento in cui sarà pubblicato. I testi che – ormai – impongo diventano quelli di moda. Per valore intendo proprio valore d’uso, in senso quasi marxiano. Plusvalore se non spaventasse il riferimento a rivolte e rivoluzioni in nome del popolo. Valore aggiunto allora. Come si trattasse di pagare una sorta di tassa. La tassa sono le mie opinioni in merito al testo proposto. Devo dire che poi da editor sono diventato un semplice – si fa per dire – lettore. Il lavoro di editing lo lascio ai garzoni di bottega. Quello che ho chiamato così pomposamente lavoro, lavoro, lavoro non è altro che lettura, lettura, lettura.
In fondo un’attività divertente, se non fosse per le responsabilità nei confronti degli autori. Per questo esigo dall’editore dei testi rigorosamente anonimi per non essere influenzato da fattori esterni alla scrittura stessa.
Potrei anche lasciala perdere questa attività ma la sento parte della disciplina. Devo sentirla parte altrimenti è la fine. Quando arrivai qui sull’isola sentivo che il tempo mi apparteneva completamente e mi capitava di lasciarmi andare spesso. Dormivo fino a tardi. Stavo su tutta la notte aspettando l’alba. Rischiavo di essere preso alla gola dalla noia. La tremenda nemica dell’adolescenza e delle anime perse di qualunque età. Per questo mi sono imposto la Disciplina e la Routine, altrimenti è la fine.

[Vedo che se comincio a parlare di me non fatico a trovar le parole: che segno è questo?]

Quindi anch’io allora vivevo un momento delicato e di forte concentrazione. Non potevo fare passi falsi, altrimenti i lupi di redazione mi avrebbero sbranato. Sentivo però che un bambino sarebbe stato uno stimolo in più, non un freno. Per Grazia era diverso evidentemente. Lo capii dal mutismo in cui si chiuse pervicacemente e quando toccavo l’argomento diventava aggressiva.
“Lasciami in pace…”, diceva.
La sera era sempre molto stanca. Non ci vedevamo sempre però. Spesso ero a Milano in casa editrice, anche se il mio non era – non è – propriamente un lavoro di desk, ma la presenza nei momenti decisivi – quasi sempre per la verità – della politica editoriale. Si metteva a letto nervosa. Metteva la sua maschera, come in aereo, che la isolava dalla realtà e la sentivo agitarsi nel sonno, mentre io, inquieto, continuavo le mie letture professionali. Quando era così non era più la dolce ragazza dei tempi dell’università
“Il matrimonio cambia tutto -diceva- dopo quel si, tutto diventa più difficile, lo sai”.
“Ma perché dobbiamo per forza confinarci in un cliché? Tutti uguali quando siamo tutti diversi?”, mi imbestialiva il suo fatalismo.
“Tu non capisci, non sei una donna”, rideva sarcastica.
“Non scherzare”.
“Sono serissima…purtroppo”.
“Allora non ridere”.
“E’ una risata a denti stretti, mio caro”.

Eppure non erano ancora passati tre anni da quando ci eravamo sposati.




[fuori campo]

Profondo buco immediato dopo una chioma di luce. [5]

Dal fondo di questa caverna, che non può non ricordarmi il luogo ameno dove gli uomini incatenati di Platone vedono e non vedono, la vita scorre piatta. Momenti esaltanti si concretano nella luce violenta che su nell’ingresso di questo antro elimina i contorni dell’ingresso stesso. Dopo la luce, che sembra assordante, rumori attutiti di zoccoli e fogli che volano nel vento. Sembra lo scalpiccio di cavalli che passano qui sopra. Momento di sospensione privo di utilità immediata. La chioma di luce mi dice che il mondo non è scomparso del tutto.

[…]

Questo avveniva a metà luglio del 1999. In Grecia eravamo stati un mese prima. Il test Grazia l’aveva fatto i primi giorni di luglio. Era una di quelle estati caldissime. Ai primi di agosto saremmo partiti per l’Inghilterra del Sud per l’eclisse. Nessun segnale percepivo che sarei partito da solo. Decisione irrevocabile. Fine di un amore. Fine del mondo.

Dovevo consegnare una raccolta di racconti in cui non riuscivo a districarmi bene. Quando credevo di aver preso il ritmo giusto con lo stile ostico dell’autore, ecco che lui usava svolazzi poetici talmente spiazzanti che mi costringevano a rivedere il lavoro svolto fin lì. Sarei dovuto stare a Milano per più di una settimana, perché il libro doveva uscire a Natale ed eravamo – ero solo io ad esserlo– indietro. L’autore ci metteva del suo telefonandomi ogni momento per sapere come procedevo. Era terrorizzato dei cambiamenti possibili perché avrebbero sfigurato – quasi si trattasse di un taglio di lametta sul viso - la sua creatura. Aveva ragione l’autore naturalmente. Come sempre chi ha ragione è l’autore. Il lavoro di editing è uno dei più odiosi che esistano al mondo. Ma il lavoro sporco, come si dice, qualcuno deve pur farlo, no?

Quella raccolta poi ebbe un grande successo, nonostante quel mio periodo balordo. C’erano storie collegate da una serie di lettere che un protagonista unico spediva ad una scrittrice brasiliana quasi per niente pubblicata in Italia. Quindi l’autrice citata non era un vero e proprio personaggio ma una persona in carne ed ossa e le lettere contenute nei racconti erano comunque lettere spedite davvero, con tanto di francobollo. I francobolli erano in qualche modo parte della storia, perché in base ai soggetti si avviavano narrazioni. Il titolo era una citazione da Pasolini e non perché c’entrasse con la poetica del tormentato autore, finito tragicamente in un giorno dei morti che cadeva di domenica nell’esatta metà degli anni settanta, ma per quel senso di estraniazione che quel testo procurava nel lettore. LA TERRA VISTA DALLA LUNA evocava i viaggi nel tempo, il periodo della belle epoque. Sembrava un titolo di Verne, ma delle aspettative positiviste non aveva nulla. Era composto di lettere che erano piccoli racconti autoconclusivi. M’avrebbe dato grandi soddisfazioni, con altrettanto grandi amarezze perché coincise con il Cambiamento Assoluto del Mio Vivere.


[fuori campo]

Prendimi il telescopio, ti prego. Voglio vedere i particolari dei mari della luna. Quelle macchie nere lassù adesso che la luna è così luminosa. Magari riesco a scorgere qualche sagoma di qualche lunatico che sta facendo altrettanto e ci osserva con un telescopio.

Accidenti, guarda lassù, le vedi quelle nuvole davanti alla luna proprio adesso? A parte che non vedo più quel tipo che mi guardava di lassù…c’era…c’era davvero…ma a parte non vedere più “the lunatic on the moon” le nuvole sono come una scrittura runica…si…si…sono proprio delle rune…chissà che significato hanno quei segni.













[TERZO CAPITOLO]
FULL OF GRACE









Tutte le osservazioni celesti si fanno per mezzo
della luce e dell’ombra.

Keplero, Paralipomeni
















Dove si racconta di bottiglie lanciate in mare e di altre amenità umbratili.


[…]

Il punto di rottura arrivò, si rese manifesto nella sua sfolgorante unicità, si mise in opera come auto-generatosi, si concretizzò con una brutalità che non conoscevo come così immediata, nella prima settimana di agosto. Dico così perché la sensazione era tattile, sembrava che si materializzasse nell’aria quel maledetto punto di non ritorno. Saremmo dovuti partire due giorni dopo, Grazia stava ultimando i preparativi della nostra gita. Saremmo partiti il 10 agosto del 1999. con una sosta in Francia, poco sotto Parigi, magari a Reims, per raggiungere Stonehenge il giorno dopo, nella mattinata. Per goderci l’eclisse. Non sapevo ancora che quella sarebbe stata l’eclisse della mia vita, in senso vero e figurato. La luce nera che avrebbe pervaso da lì in poi la mia vita.

La sera del 9 agosto andiamo a cena lungo la costa. Per festeggiare la nuova vacanza. Dopo la Grecia questa corsa nel sud dell’Inghilterra sarebbe stato un altro tassello aggiunto alla nostra galleria di ricordi comuni. Grazia era tutto meno che allegra. Non avevamo parlato più di bambini, nonostante la gravidanza andasse avanti bene. La vedevo florida. Appetitosa. Ma del bambino – non di bambini in generale – non avevamo più parlato. Era in uno di quei suoi momenti nichilisti. Un misto di stress da lavoro, ansia della partenza, apprensione per il futuro.

Li chiamavo nichilistic moments giusto per scherzare. Io perlomeno li chiamavo in questo modo sdrammatizzante per non dar loro peso. La perdita di tutte le certezze. La perdita di tutti i valori fondanti. Il mondo nero, semplicemente, come invece lo chiamava lei. Ormai non ci facevo troppo caso. Ero un suo stato d’animo che andava e veniva con una certa regolarità. Forse legato alle maree, ai flussi lunari, a quell’essere donna che gli uomini ridicolizzano con battute idiote. Ne ridevo persino, cercando di non farne un dramma, ma non con quelle battute.


Grazia però era più nera del solito. Sicuramente pensava a come organizzarsi per il futuro con il bambino (continuavo a pensarlo come il piccolino ma poteva essere –ovvio- una femmina: quel maschile era più di genere
neutro).

Doveva dirmi qualcosa con urgenza. Si leggeva negli occhi febbricitanti, lucidi di una lucida follia. Questo suo contraddittorio aspetto me la faceva amare lo stesso tanto. Le contraddizioni del suo carattere rendevano più vivace dividere il tempo insieme. Il suo modo di dare peso a certe cose e non ad altre. Il cambiare opinione a seconda del momento non erano un difetto. Non che fosse sempre così umorale, Grazia. Ripeteva -scherzando -le parole di una sua amica:
”In quei momenti dieci gocce di lexotan sarebbero un toccasana”.
La sua amica del cuore era farmacista. Compagne di banco dalle elementari fino alla maturità, ognuna aveva poi avviato studi differenti, ma con sede universitaria nella stessa città, dividendo un piccolo appartamento. L’amica era una specie di sorella che trovava sempre le parole adatte per capire – e coprire- Grazia.

Arrivammo al ristorante sul mare quando il sole non era ancora tramontato.
Dava sul porticciolo dominato da un arco in muratura, che sembrava in lontananza romano ma che era l’ultimo residuo della torre campanaria di una chiesetta del 1400. Il mare era calmo. Le onde si miscelavano alla musica lounge del locale– molto di tendenza- in un sottofondo leggero che sembrava fatto ad arte.
Cominciammo a bere prosecchi senza un motivo apparente. Non per gusto, quanto per farsi coraggio. La guardavo negli occhi, aspettando un qualche accenno alla questione bambino , l’avrei chiamata così, in questo modo burocratico, più adatto per indicare un dossier. Mi lasciavo trascinare dalla scioltezza della sua lingua dopo aver bevuto. Non volevo forzare la mano, dopo le discussioni dei giorni precedenti. Forse doveva bere per trovare le parole giuste. Cominciò a ridere nervosamente. Il nichilismo sembrava superato. La cognizione della realtà riprendeva il sopravvento, riacquistava il suo ruolo di stabilizzatore delle decisioni da prendere. Quelle importanti.
Anche lei mi guardava intensamente, l’azzurro orizzonte circostante e consustanziale era un tutt’uno con i suoi occhi chiari. Mi stava studiando e mai avrei immaginato gli sviluppi di quello sguardo. Se me l’avessero detto non ci avrei creduto che di lì a poco quello sguardo non avrebbe rappresentato più il rappresentabile precedente. Che tutto un mondo –il cielo mi cadde sulla testa- non sarebbe più stato rappresentato come prima. Come avevo sempre conosciuto. Per consuetudine – una common law tutta privata- per abitudine, per comodità di conoscenza della terra cognita, peggio per noia.

All’improvviso sparò queste parole come sputandomi addosso:
“Sai? Ho abortito…”, lo disse in tono leggero, come se raccontasse qualche disavventura della sua amica farmacista che non aveva trovato nessuno da sposare e si cacciava sempre in qualche storia estiva, fine a se stessa.
“Scusa?”, mi sembrava che avesse detto che si fosse fatta male ad un dito. Per assonanza. Per non credere a quello che aveva detto. Per non renderlo così definitivo.
“Quale dito?”, mi venne spontaneo dirlo con una risata.
“Questo?”, e le mostrai da sotto il tavolo il medio come nelle migliori tradizioni fuckologiche, ridendo davvero divertito. Non volevo crederci. Il piccolino finito in qualche casseruola ospedaliera tra sangue e odore di alcool denaturato. Estratto a viva forza, contro la sua volontà già prepotentemente espressa semplicemente sottolineato dal fatto di esserci.
“Dai, hai capito, non scherzare sempre…”
“Scherzare?”, le dissi sbiancando, cominciavo a rendermi conto di cosa avesse fatto quella sciagurata. Senza consultarmi. Senza consultare il piccolino, presumo.
“Adesso siamo liberi…”, disse lei stavolta con il migliore dei suoi sguardi pieni di seduzione, persino puttaneschi, come la donne migliori sanno essere.
“Dai, brindiamo a questo viaggio e all’eclisse di fine millennio…”
“Liberi? Liberi in che senso?”, ero impallidito adesso vistosamente, stavo diventando una maschera tragica, come direbbe Fantozzi, ma non c’era niente da ridere. Continuavo a provare a convincermi di aver capito male, che era un suo dito ad essere malandato. La vedevo mentre si incastrava le mani nella portiera della macchina. Vedevo lei mentre si succhiava le dita e lacrime – forse più di rabbia – le inumidivano gli occhi luminosi. Ormai il giochino non reggeva più. Quel suo brindisi era persino osceno, lei sembrava un’altra.
“Siamo liberi…liberi di andare…sono stato da Andrea…lui mi ha sconsigliato di arrivare troppo in là…con il caldo…sai, anche andare al mare poteva essere un problema…”
“Già, andare al mare…”, come se l’importante di tutta la questione fosse stato il fastidio di non potersi fare il bagno.
Mi voltai verso il mare e non la guardai più negli occhi. Le voltavo quasi le spalle adesso. Non doveva farlo. Non era una decisione solo sua. Non poteva prendere una decisione come quella. Così drastica. Così definitiva. Cominciai a piangere ma senza singhiozzi. Sentii l’umidità delle lacrime sul viso. Era quasi piacevole. Senz’altro era molto consolante.



[fuori campo]

Cosa vedi adesso?
Non vedo niente di niente.
Cosa senti adesso?
Non sento niente di niente.
Cosa provi adesso?
Non provo niente di niente.
Cosa vuoi dirmi?
Non voglio dirti niente di niente

[…]

Ripensai in quel momento, davanti al mare, alle volte che nella prima magica summer of love ci incontravamo di nascosto dai suoi e passavamo lunghi pomeriggi, caldissimi pomeriggi, sotto qualche quercia in collina. I campi di grani erano dell’oro che precedeva di poco la mietitura. L’odore del grano era inebriante. Misto al suo di odore era come succhiare il miele direttamente dalle cellette delle api, col fiato in gola prima che lo sciame si accorga della tua presenza.

[…]

“Non dici niente?”, chiese Grazia.
“Non ho niente da aggiungere…ormai è cosa fatta…”, risposi.
“Potremo sempre riprovarci, Andrea – ripeteva il nome di Andrea, nostro amico di liceo diventato ginecologo, come del tecnico dei computer che ti risolve con competenza problemi di plug-in o di memoria di archivio.

Andrea ha detto – ancora quel nome come una martellata - che sono una vera fabbrica di bambini, quindi niente paura…il ragazzo è solo rimandato…come a scuola…”, qui Grazia fece una gran risata, di quelle sue piene, con la voce sincera, gli ah ah ah percepibili come sereni momenti di gioia. Non capivo se stava recitando oppure quanto fosse consapevole dell’atrocità che aveva commesso.

L’atrocità che non era rivolta soltanto a me ma a quel bambino che si era trasformato in un’ombra. Allora non sapevo del destino che ci aspetta dopo la morte. Quello stadio liminale senza consistenza, pieno di balbettii, di perdita di sé, quando diventiamo leggeri come l’aria. Non lo sapevo ancora.

[…]

Forse è stato quello il momento in cui capii di essere segnato da una specie di destino. Sulla spiaggia intravedevo una sagoma che adesso sul crepuscolo tremolava. Sembrava fare un gesto. Era un esserino piccolo piccolo. Un animaletto sfuggito al suo padrone?

Sembrava fare un gesto con la manina – zampetta? – come una sorta di saluto.

[fuori campo]

Ho freddo.
Aspetta che arrivo.
Abbracciami.
Eccomi.
Ho sempre più freddo.
Aspetta che arrivo.
Sei cattivo invece.
Perché?
Perché tu non vuoi riscaldarmi.
Aspetta che arrivo.
Cattivo, cattivo, cattivo.
Non dire così. Non è vero.
Sei cattivo, si.
Ma io ti voglio bene più di ogni altra cosa al mondo.
Si è visto quanto mi hai voluto bene, si.
Aspetta che arrivo.
Aspetta che arrivo.
Ho freddo, si.
Aspetta.

[…]

Mi alzai un po’ traballante. Mi sembrava incredibile di come Grazia si fosse dimenticata delle parole di Oriana Fallaci -stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla [6] - che molto ci avevano emozionato e di cui avevamo discusso con tanta veemenza, definendo il cinismo ragionato della scrittrice come un qualcosa di opportunistico. Ti commuove con un’immagine che rimanda a notti insonni, a decisioni molto ragionate e molto difficili persino da formulare. Ti gela il sangue con la lucidità di un pensiero che definire relativista è riduttivo.

Non mi voltai neanche di tre quarti. Quasi come Orfeo sulla porta dell’Ade, mentre tenta di riportare la sua sposa in vita. Al contrario però. Un’inversione di senso nel mio caso. Per Orfeo voltarsi significava perdere Euridice, ma Orfeo non resiste e si volta, perché la sua natura di innamorato gli impedisce di stare ai patti. Io non mi voltai proprio per farla scomparire. Voltarsi significava capirla, giustificarla, rendere il suo gesto umano. Non avrei voluto perderla ma uno si era trasformato in due e stava per diventare tre, prima di essere ricondotto alla misera condizione della singola monade la cui solitudine non avrebbe conosciuto tregua.
La lasciai sulla sospensione del calice di prosecco alle labbra. Avrei voluto invece morderle quelle labbra. Non mi voltai. Per non farmi sopraffare dalla rabbia. Presi la macchina e mi diressi verso l’autostrada. Non avevo bagaglio. Mi bastava la carta di credito.

[…]

Non avrei mangiato fino a nuovo ordine. Fino a che la tempesta dentro di me non si fosse calmata. Non avrei dormito fino a nuovo ordine.

[fuori campo]

Una vocina dentro di me dice di stare all’erta. All’erta sto. Una voce sottile. Le parole si capiscono poco. Sembrano parole disperate ma sono soltanto una semplice richiesta d’aiuto. Dicono: voglio stare con te, starti vicino. Sei il benvenuto, gli dico. Bienvenido. Wilkommen. Welcome. Benvenuto.

I miei sensi saranno all’erta, piccolo mio. Ascolterò musiche improbabili in macchina per lasciare desta la coscienza. La musica mi aiuterà. Lo sento. Prenderò solo caffè. Non dormirò, cercherò di non pensare.

Destinazione: Stonehenge.

[…]

Strano fenomeno. Una delle bottiglie lanciate in mare è ritornata. Dall’altra parte dell’isola era sulla spiaggia inerte ed innocente. Ho raccolto la bottiglia con noncuranza. Sull’etichetta – dentro l’interno sigillato – c’è scritto DOSSIER O.M.B.R.A. Senza altre indicazioni. Quella ritrovata conteneva le pagg.10/12. Ho aperto la bottiglia cercando di capire le parole dimenticate (aggiungo sempre qualcosa, elimino sempre delle parti, da buon editor). Il respiro del mondo è parte del mio respiro (di questo parlano quelle pagine). La solitudine è una scelta per evitare lunghe sfiancanti discussioni con le ombre. Devo centellinare i dialoghi. La mia testa va a mille in quelle occasioni. Tre, quattro settimane qui sono l‘ideale per ricaricarsi. Poi un salto a Milano, oppure Atene o Istambul, quando capita a Parigi. Riesco a stabilirmi ovunque ormai. Basta una email per prenotare. La carta di credito è un miracolo della modernità. L’immateriale che presiede i miei consumi reali – appunto materiali –ha un flusso inarrestabile. La solitudine è compensata dal lusso. Dalla fortuna che si è concretata come un vaso di argilla –aria, acqua, terra, fuoco, i soliti eterni elementi – attraverso il potere umbratile. Per capirli i segnali ci ho messo del tempo, dopo Stonehengee. Non mi sono subito accorto del potere. Mi sono dovuto applicare, studiare, prepararmi. Trovare il giusto ritmo tra il respiro del mondo e il mio. Forse la mia è una delle scoperte più forti dell’uomo moderno è riuscito a fare. Peccato tenerlo segreto. Ho provato a parlarne in giro. Chico mi ha sconsigliato. Ho lasciato subito perdere dopo quei tanti sguardi perplessi. La mia è una suggestione tutta newage. Le ombre le vedo soltanto io. Chico mi capisce perché conosce la leggenda degli uomini-ombra delle foreste amazzoniche. Ha condotto studi che saranno integrati presto dalle mie rivelazioni. In forma anonima perché rischierei di diventare una specie di santone. Sincretismo cattolico nel mio caso. Ma è l’ultima cosa che desidero. Voglio mettere a frutto le conoscenze acquisite – il trattato di psicologia delle ombre – nel mio modo caotico. Affidando alle onde brandelli di mie esperienze. Gesto romantico ed inutile. Anche alle onde della rete. Ho creato un blog dove riporto i miei appunto. Giusto per lasciare una traccia. Tanto so che non sarò creduto. Che la mia è solo letteratura. Ansia di narratività. Visto il mestiere che mi sono scelto.

Rileggere quelle pagine è stato buffo. E’ un messaggio che ritorna indietro in definitiva. Rifiutato dalle onde. Onde di tutti i tipi.







[fuori campo]

Sono dentro la bottiglia, su una nave miniaturizzata ad arte. Mi ha scagliato alle onde una mano potente. La sua presa oscurava l’orizzonte. Dentro la bottiglia si ballava parecchio in quei momenti. L’impatto con l’onda in arrivo è stata potente. Inebriante immergersi nell’onda e poi cavalcarla. Sulla nave dentro la bottiglia un paio di fogli andavano e venivano. A caratteri cubitali leggevo:

Full of grace…il flusso che non s’arresta mai. Inspirare. Espirare… proprio come un respiro…


Le parole mi ballavano intorno. Quando il foglio si spostava riuscivo a vedere l’acqua che mi sovrastava e ogni tanto il cielo pieno di nuvole. La pioggia si avvicinava. Una delle nuvole – nerissima di tempesta imminente –disegnava figure minacciose come sua natura di potenza sovrannaturale. Il ritorno alle isole-sempre di un ritorno in patria si tratta-si presentava irto di difficoltose difficoltà di procedura.

[…]

La bottiglia compie un largo giro. La nave dentro la bottiglia dove ballonzolo come un ubriaco compie un largo giro di conseguenza.
Queste onde non sono fiumi impassibili, il sole pur alto-basso avrebbe reso di più l’idea- è fosco di orrori mistici ed illumina lunghi coaguli violacei, pareils à des acteurs de drames très antiques. [7] Arrivo sull’altra parte dell’isola in qualche giorno. Le parole, esse si, coagulano i giorni presenti in un vermiglio placentare denso di umidi ricordi da trasportare da una parte all’altra dell’universo mondo. E’ come muoversi stando fermi. Correre correre correre su un nastro trasportatore guardando scorrere le stagioni, rimanendo sullo stesso posto, all’in-piedi, con postura diremmo sacrificale se non fosse per gli occhi di bragia e la voglia di conoscenza che dicono quegli occhi. Senso di impotenza. Il messaggio non è arrivato. Ha compiuto un giro a vuoto.

Lo stesso è miracoloso questo recupero. Capita nella vita di un uomo una volta ogni centomila volte che si tenta la sorte. Questa è quell’una.

[…]

Ho stappato la bottiglia a casa. Meritava che, per festeggiare, aprissi anche un Moet et Chandon freschissimo. Sono venuti fuori quei due fogli letti e riletti. Vecchio vizio l’essere eternamente insoddisfatti del risultato – pur buono- raggiunto. Non sono mai riuscito a non ricorregge passaggi, racconti, semplici lettere di accompagnamento. Ma quelli era come fossero stati pubblicati. Quando il pezzo va in stampa c’è quel momento in cui potresti interrompere la tipografia – quasi a trattarsi di fermare la mano del boia sul condannato alla pena capitale – telefonare in modo disperato, con tono dispiaciuto, leggermente piagnucoloso, ma fermo e risoluto in senso professionale. Una volta mi è capitato di fermare la stampa appena avviata per alcuni brani di u romanzo che assolutamente non mi convincevano. L’editore mi diede fiducia e di quel romanzo esiste una tiratura di un centinaio di copie con un finale diverso da quello che divenne un best-seller internazionale. Avevo ragione io, naturalmente e lo dico con un certo orgoglio. Non si trattava certo di cambiare virtù in virtude[8], era una
questione puramente commerciale. Con il finale che stava per andare in stampa non ci sarebbe stato il successo successivo. Proud to be an editor.

[fuori campo]

Era un romanzo cannibale, ma cannibale forte. Raccontava di una fuga. Il titolo conteneva una X di tendenza. Generazione X. XXL. X files.

Forse tutte le storie del mondo – anche quelle non ancora scritte perché siamo tutti parte di una Grande Racconto Che Mai Finisce e Si Esaurisce –raccontano fughe. Uomini scontenti che decidono di cambiare il corso d’esistenza intrapreso fin lì. Donne in crisi di identità maciullate da istinti aggressivissimi. Altrui istinti neh. Fughe in auto. Fughe a piedi. Imperatori di imperi nel cuore dell’Africa che maciullano corpi ingoiano corpi si servono di corpi umani. Un romanzo cannibale prima del tempo dei romanzi cannibali. Per questo abbisognava di finale per niente edificante. Poteva finire come con l’arancia ad orologeria di (…), quella storia fin lì esposta crudamente, attendendo un finale che servisse da lezione e che Kubrick fece sua, con un ribaltamento delle aspettative consolanti.

Nel finale del regista Stanley, Malcolm Mc Dowell ti guarda col suo sguardo fatto di intensi cigli cisposi e che vanno dritti all’occhi della platea.

Alex non diventa un bambino. Rimane una marionetta con la testa di legno.

Nel romanzo con la X nel titolo il protagonista che aveva fin lì fatto nefandezze e scostumatezze inenarrabili – ma con una dovizia di particolari che lasciavano poco spazio alla fantasia - si metteva a disquisire nel finale d’un improbabile stato onirico che azzerava la sua cristallina criminalità naturale che l’aveva portato – fuggendo dai sui fantasmi –alla corte dell’imperatore cannibale Bokassa. Quello che s’era fatto incoronare come Napoleone su un trono d’oro e lo scettro e la corona e lo sguardo fiero dell’erede di grandi tradizioni che con l’Africa nera e profonda del centro continente niente avevano a che fare.

Venne fuori tutto il mio cinismo e che cosa avrei fatto io al posto del protagonista del romanzo con la X nel titolo. Sarei stato fiero – mi risposi sadianamente – delle nefandezze come di una sorta di bagno purificatore che rende il giustiziere criminalizzatosi per cooptazione un super-partes cui tutto è permesso.
Così anticipavo i romanzi cannibali che tante stragi in pagine bianche sarebbero state immaginate in quegli anni di là da venire e che definirli in loro natura è difficile dire.
Il successo editoriale causato dal mio cinismo però non ripagava l’istinto di conservazione che mi diceva, dentro fin dentro l’abisso delle mie convinzioni più propriamente umanitarie, che quella storia era un cattivo esempio per la gioventù prossima futura, che avrebbe inevitabilmente – arrivando il proprio turno - avuto le redini del mondo, solo venti anni dopo.

Beandosi di quelle storie la loro storia cominciava già col piede sinistro, quello sbagliato.

[…]

Una musica come una ninna nanna piena di pathos mi accompagnò fino alle porte di Parigi, in quell’agosto di fine secolo, fine millennio, fine di tutto. Il sonno era sparito, così la fame. Non solo per i miei propositi di lacerante martirio interiore: il sacrificio come riscatto. Lacerare corpo e mente per azzerare gli sconquassi della decisione definitiva presa da Grazia, a mia insaputa, senza possibilità di appello. Non ero mai stato così deciso. Di solito soppesavo le perdite e i guadagni in modo molto diplomatico, ma qui non era una questione che riguardasse solo la mia vita. Quel mostriciattolo che immaginavo muoversi informe dentro acque rassicuranti – almeno all’apparenza, visti gli sviluppi voluti da Grazia e solo da lei – mi apparteneva nel profondo e portava nel suo dna qualcosa di mio. Avrebbe avuto il mio naso, i miei occhi, la mia andatura?
Continuavo a pensarlo come il piccolino anche se poteva essere una piccolina. Continuava ad essere neutro il piccolino. Qualcosa di immateriale –un’idea, una semplice idea come tutti ne hanno – che prendeva forma. Non nato solo da pensieri ma che attraverso il pensiero felice - quel godimento – di un attimo si stava rivelando al mondo come la rappresentazione di quella felicità. In Grecia ci eravamo lasciati andare. Accada quel che deve accadere insomma, ci dicemmo coraggiosi. Non capivo quindi Grazia e questa sua agghiacciante scelta. Forse pensava di essere pronta quando eravamo in vacanza e tornata alla realtà – al lavoro, tra montagne di carta da valutare, interpretare, riproporre in una forma comprensibile nel linguaggio giurisdizionale comune – ha cambiato semplicemente idea. Non ci credo, non ci credo. Forse l’ha convinta Andrea. Che in fondo era una operazioncina facile facile. Poco più che cavarsi un dente. Lei ha ceduto dopo aver litigato col suo capo – era una mia congettura – che le aveva posto l’aut-aut. Niente sconti per nessuno. Se te ne vai la pratica passa ad un altro. Ne ho a decine che fanno la fila dietro la porta. Deve averle detto così, quel bastardo del suo capo. Cercavo di giustificarla, nonostante tutto. Quindici anni insieme non sono pochi. Senza di lei dovevo reinventarmi la vita. Impostare nuovi ritmi. Nuove discipline e ricognizioni mattutine per dare un senso a tutto quel movimento.

La ninna nanna l’accompagnavo con musiche dodecafoniche. All’altezza di Reims, a un passo da Parigi, passate da un pezzo le Alpi e il sud della Francia con i suoi colori – ma avevo viaggiato tutta la notte – spuntava l’alba. Reims era uno dei posti che avrei voluto vedere da sempre.

La cattedrale (sviluppare).
Mi fermai sulla piazza. In un giardinetto con delle panchine mi fermai a guardare quel capolavoro eccetera (vedere guida turistica) c’erano due ragazzi che dormivano con il sacco a pelo. Non me ne accorsi subito. Seguii le ombre che correvano sulla piazza man mano che il sole saliva. Il giorno dopo quello stesso sole avrebbe irraggiato sui nostri orizzonti soltanto luce nera. Non riuscivo a farmi piacere l’avvenimento. Sentivo soltanto che doveva andarci nella piana di Stonehenge, come non fosse successo niente, come se Grazia fosse presente. Una sorta di rito che tentava di lasciare inalterato il momento presente o quel che sarebbe stato senza quel suo insano gesto. Potevamo essere seduti insieme su quella panchina io e Grazia, con il piccolino che lietamente galleggiava nell’oceano interiore che ci ha accompagnato fino alla luce della nascita.
“Ti piace?”, lo dissi rivolto al cielo, senza accorgermi, come se Grazia fosse stata presente.
“Certo che mi piace”, mi rispose una voce alle spalle. La voce di una giovane donna, seduta sul prato, ancora avvolta nel sacco a pelo. Mi voltai sorpreso. Il suo ragazzo sembrava profondamente addormentato, raggomitolato anche lui in un sacco a pelo verde che si confondeva con il prato.
“Scusa non dicevo a te, credo di aver parlato a voce alta”, le dissi malinconico.
“E’ lo stesso bellissimo lo stile di questo cattedrale, non trovi?”, disse lei stirandosi le braccia sulla testa. Spettinata aveva un che di selvaggio, le labbra arricciate in un sorriso complice, rivolgendo un’occhiata al ragazzo addormentato – o che sembrava tale- come per dire “sai c’è lui”.
“Mmmmmhhh ho sempre sognato di sedermi davanti a questa chiesa”
“Ci sei arrivato no? Sssshhhh lasciamolo dormire” disse lei sottovoce
“Non è come pensavo…”, abbassai stupidamente la voce, seguendo il suo consiglio – un ordine? – oppure per stare al suo gioco di seduzione. Si riassestò i capelli. Con due colpi di dita era a posto. Ora mi guardava delusa.
“Cosa ti aspettavi?”, disse lei.
“Non dovevo essere solo”, risposi.
“Ma non sei solo, ci siamo noi no?”, stavolta cambiò registro perché il ragazzo si stava girando e probabilmente non voleva fargli ascoltare le nostre schermaglie – più sue di mie in verità- svelare a lui quel gioco di seduzione che nelle ragazze giovani non sempre significa disponibilità in senso adulto, ma spesso nasconde una semplice innocente voglia di piacere e basta. Il ragazzo poteva comunque rimanerci male.
“Siete italiani?”, chiesi molto stupidamente.
“Da che cosa l’hai capito, geniaccio?”, rise lei.
Alla sua risata il ragazzo aprì gli occhi.
“Olà, buongiorno…”, disse lui.
“Dormito bene, signore, nel nostro albergo con vista su una delle piazze più belle del mondo?”, gli dissi divertito. Stranamente mi passarono tutte le smanie, dimenticai la ninna nanna e la malinconia, vedendo quei ragazzi così spontanei.
“Ma la polizia non vi ha visto eh? In provincia i flic sono tremendi, quasi peggio che a Parigi…siete stati fortunati davvero…”, dissi rivolto a tutti e due.
“Mmmmmmhhh evidentemente…”, fece lei”eravamo ben mimetizzati, come vedi”.
“Elementare, Watson”, disse lui, e dopo una pausa”ho fame, che si mangia, Stella?”.
“Ragazzi, siete miei ospiti”, dissi allegro. Raccolsero le loro cose, lo zaino e tutto il resto, quel poco di resto e ci avviammo insieme verso una pasticceria sulla piazza. Non avrei mangiato, ma solo bevuto caffè, come nei patti. Ero sveglissimo e per niente affamato. Il loro senso di sazietà – una volta mangiato ed erano molto affamati – mi sarebbe stato sufficiente. Quella specie di voto di non mangiare e rimanere sveglio -fino a che la coscienza non mi avesse detto di farlo di nuovo – l’avrei adempiuto nel modo più sacrificale e compassionevole. Lo dovevo al piccolino che sarebbe dovuto essere e non era.

[…]

I ragazzi sembravano invece lupi famelici. Non fecero complimenti al mio invito e più che una colazione mattutina si poteva parlare di un pasto completo, pur nella sua natura di brunch. Forse mangiavano poco e male da quando erano partiti con l’autostop – vecchio sistema in disuso – da un paese vicino Siena. La ragazza aveva un nome carezzale e pieno di rimandi. Violetta la chiamava lui e quando era in vena di effusioni Giulietta.
“Ma qual è il tuo nome insomma?”, le chiesi tra un suo boccone e l’altro.
“In realtà ho un nome tutto diverso ma lui ci gioca sempre con le assonanze e i personaggi letterari…”, disse lei.
“Indovina, dai…”, disse lui che si chiamava Mario.
“Agnese, Beatrice, Bianca, Blanca, Alessandra, Ale, Alex…”
“Dai su un piccolo sforzo, non fare l’antipatico”. Ecco che ritornava quel suo fare seducente, ma fino ad un certo punto.
“Anna…hai un fare da Anna…”
“Bravo, ci sei vicino, è talmente facile”, disse Mario.
“Maria ? ”, non poteva essere, era lei adesso la piena di grazia. Full of grace. Maria. Nome primordiale. Primigenio. La madre di Dio. La theotòkos. Grazia la chiamavo Maria non a caso.
“Chiamala Mari, però, altrimenti si arrabbia…”, disse Mario
“Sai, Maria e Mario non suonano meravigliosamente bene insieme”, disse la ragazza.
“E tu?”, rincalzò lei con quei suoi occhi ammiccanti ma sempre fino ad un certo punto.
Quello fu un attimo magico. Non sentivo fame e sonno. Niente stimoli. I due ragazzi mi ricordavano quello che eravamo stati io e Grazia solo una decina di anni prima. Per loro ero un adulto, giovane adulto, ma irrimediabilmente adulto.

Pagai un conto davvero salato ma ne valeva la pena vedere quei due ragazzi sereni. Proposi loro di accompagnarmi a Stonehenge. Accettarono con entusiasmo. Nelle loro intenzioni c’era di vedere l’eclissi a Parigi ma erano pronti a seguire l’onda dell’avventura. Avevano quell’accento buffo dei toscani che risultano sempre simpatici. Loro malgrado spesso ma non in questo caso.

Il loro viaggio on-the-road li aveva portati vicino Parigi, ma non a Parigi. Avevano accettato il passaggio di un camionista che sarebbe arrivato solo da quelle parti. Avevano accettato perché senza alternative. Era già tardi. Arrivare a Parigi di notte non sarebbe stata una buona soluzione.
“A Parigi potrete andare al ritorno da Stonehenge”, dissi loro.
“Ok”, disse la ragazza.
“Ok”, si accodò Mario, già pregustava l’avventura imprevista ma ben accetta.
Dopo la colazione visitammo l’interno della cattedrale. Poco prima di mezzogiorno eravamo in viaggio. Non ero più solo con i miei cupi ma puri pensieri. I ragazzi mi avrebbero fatto la compagnia sana che mi occorreva per superare quella tristezza.

Decidemmo – molto democraticamente -di passare dentro Parigi soltanto con un giro in macchina. Senza rimpianti. Era consentita una sola sosta. Conoscevo bene Parigi e anche se non mi importava di fermarmi e fare turismo, allo stesso tempo non era male quel gioco. Scegliere un luogo simbolico che valesse per tutta quella straordinaria città. L’angoscia che provavo per quello che aveva fatto Grazia non era svanita naturalmente ma era come accantonata. Messa in un cassetto. Il cellulare continuava ad essere staccato. Se Grazia mi cercava e non mi trovava il problema non volevo fosse mio.
Proposi Place de la Concorde per la prospettiva che univa su un’unica linea una porzione notevole della città delle città
Mario disse:
“Meglio Notre Dame dove possiamo poggiare i piedi al centro della Francia, proprio di fronte la cattedrale…”.
La sua ragazza propose Montmartre per vedere la città dall’alto.
“Allora Place Vendome…vediamo le vetrine con gli orologi e poi ripartiamo…”.
Tanto ero io alla guida, la macchina era mia e la democrazia delle opinioni diverse è solo una scusa per imporre la volontà del più forte- diciamo così perché poi i ragazzi non erano così interessati alle soste, quanto ad andare.
Erano più attirati dall’avventura inattesa a Stonehenge. Non avevano fatto dei veri piani per la visione dell’eclissi il giorno dopo. Vivevano alla giornata, come è giusto a quell’età, prima dei ritmi del lavoro, delle scadenze improrogabili, degli appuntamenti, del tenere un’agenda.
La loro meta era la Bretagna ma una variazione di quel tipo era la benvenuta. Un passaggio – uno solo e continuativo- fino ad un traguardo magari sognato. Stonehenge piace a tutti o comunque chiunque subisce il fascino di quelle pietre millenari. Il giorno dopo l’eclisse avrebbe oscurato il sole. Noi ci saremmo stati ad ammirarne la scomparsa dietro la luna, respirando essenze pagane.

Alla fine ci fermammo per venti minuti a Place Véndome. Mangiarono dei tramezzini guardando i Chopard, gli IWC, e tutte quelle meraviglie di gioielleria ecc. Parlai loro della Comune di Parigi del 1871, affascinandoli con storie anarchiche. L’angoscia rimaneva nel cassetto. Il piccolino stava buono buono in un angolo. Ammiccante. Divertito quasi. Ero sempre pronto a commuovermi di nuovo.
“Sembri stanco…”, disse Maria mordendo uno dei tramezzini.
“Stanco non è la parola esatta, bisogna fare molto attenzione alle parole, altrimenti indicano qualcosa che non c’è…”, le dissi.
“Ah già esatto, professore”, disse lei strizzando gli occhi.
“Non sei sereno però…”, disse Mario.
La ricchezza di quegli orologi faceva contrasto con i miei racconti ma questo non mi dispiaceva.
In macchina sui Campi Elisi la ragazza disse:
“Da cosa fuggi?”
“Voltati indietro e lo vedrai…”, risposi enigmatico, citando una scena di Professione Reporter di Antonioni.
Lei si voltò allora e l’aria dei finestrini spalancati le scompigliava i lunghi capelli crespi.
Peccato la mia non fosse un’auto scoperta. Lei avrebbe allargato le braccia e con un sorriso pensoso avrebbe cercato di abbracciare la realtà mentre fuggiva dietro di noi. Almeno quella realtà.
La vedevo la scena del film. C’erano alberi ai lati della strada nell’inquadratura. Lì c’erano i Campi Elisi di Parigi e il passeggio dei turisti e il traffico intenso verso l’Arco di Trionfo.
“Smettila di fare il professore…”, disse Maria.
Mario sembrava assente, armeggiava con a cartina della capitale francese cercando di orizzontarsi.
Disse con una risata sonora:
“E bravo il nostro professore…”, c’era un po’ di gelosia in quella risata e forse non vedeva l’ora di tornare ad essere solo con la sua ragazza.
“Dopo Stonehenge dove andrai?”, chiese secco.
“Probabilmente andrò in Costa Azzurra a casa di un amico…”, risposi.
“A noi ci lascerai a Calais, ok?”, disse Mario.


[fuori campo]

Nel cerchio di pietre troverai la tua essenza fatta di paesaggio e assenza.
Quando il giorno si confonderà con il suo contrario senza esserlo sentirai dentro di te una musica che solo tu avvertirai.
Sentirai voglia di muoverti secondo movenze dimenticate nel profondo del tuo dna.
Ci sarà un rimescolio di memorie interiori che ti porterà lontano con pensieri velocissimi.
Tanto veloci da non riuscire a pronunciare il verbo.
La parola diverrà di pietra e dalle tue labbra uscirà solo saggezza.
Penserai di esser morto ma capirai che essere vivo ed essere morto è la stessa cosa[9].
Non parlerai con nessuno per settimane. Non dormirai più il sonno dei giusti. La notte e il giorno saranno fratelli. Farai il sogno di un uomo che scrive un libro senza titolo e che varcherò l’oceano per parlarne a uomini ignari e a donne troppo ironiche. Ti sentirai spesso solo. Ho detto.

[…]

Attraversammo la Manica passando per il tunnel che da pochi anni era stato aperto. Quel passaggio sott’acqua dava un senso di soffocamento. I ragazzi quasi non parlavano. Alzai la musica ad un volume esagerato. Forse era meglio usare il traghetto. Avremmo visto avvicinarsi le bianche scogliere di Dover. Poco importava ormai. L’importante era arrivare in tempo. Ma c’era tutto il giorno disponibile e l’indomani l’eclisse sarebbe avvenuta verso mezzogiorno. Niente ansia. Solo il piacere di andare.
Mi tornò in mente un altro film. Sempre di un maestro. Ingmar Bergman. Ma il vecchio professore del Posto delle Fragole era troppo vecchio e solenne e pieno di rimpianti per assomigliarmi. Non mi rappresentava per niente. I ragazzi invece erano proprio loro. Lei più vivace. Lui con lo sguardo vigile ma come assente. Il paragone si fermava lì perché non avrei cercato luoghi della memoria nella Francia del Nord o nell’Inghilterra del Sud. Portavo in giro nell’Europa di sempre il senso di vuoto che l’azione di Grazia aveva provocato. Non sapevo ancora che quel tragitto, proprio verso quella mèta, mi avrebbe fatto conoscere l’abisso del mondo che oltrepassa il sensibile. Fino all’estrema sintesi dell’esserci. Fin oltre la vita stessa.

[fuori campo]

Non andare sei ancora in tempo
Non posso una forza mi spinge
Non dare retta a quella forza torna indietro
Sono quasi arrivato la meta è vicina ormai
Torna indietro ti prego
Non posso una forza mi spinge
Torna indietro.






























[QUARTO CAPITOLO]
STONEHENGE







Il viandante:: Una voce: - dove? e chi? Mi pare quasi di udir parlare me stesso, solo con voce più debole che la mia.
L’ombra (dopo un po’): Non ti fa piacere avere un’occasione di parlare?

Da UMANO, TROPPO UMANO
di Friedrich Nietzsche


















Dove si racconta del manifestarsi del potere umbratile.

[…]

Arrivammo a Stonehenge sul tardi. La sera prima dell’eclisse. I ragazzi si sistemarono con i sacchi a pelo vicino alla macchina.
“Tu non dormi mai?”, disse Mario.
“Veramente non mangi nemmeno mai…”, disse lei premurosa e quasi materna.
Se ne erano accorti. Era inevitabile che se ne accorgessero. Non è mica normale non mangiare mai niente e bere solo caffè.
“Fai lo sciopero della fame, eh?”
“Qualche causa persa senz’altro, caro professore”.
Ridevano divertiti ma senza scherno, con quella purezza dei momenti spensierati che ti lascia ricordi intensi. Come una fotografia stampata nella mente ricorderai quel momento come assoluto.
“Già, già…”, tagliai corto allontanandomi dall’auto.
Li lasciai che ridevano tra loro. S’era creata un po’ di folla lì attorno.
Qualcuno aveva acceso dei fuochi. Qualcun altro con la chitarra intonava antichi motivi celtici –almeno li immaginavo celtici, anche se più probabilmente si trattava di ballate gallesi o comunque anglosassoni. Cantate –credo- in quella lingua irta di vocali e passaggi lessicali contorti, quasi la lingua schioccasse come una frusta sul palato. Schiocchi antichi di sicuro.
Giravano poliziotti inglesi con le mani dietro la schiena. C’era un’atmosfera da festa di paese, da sagra. Niente lasciava presagire il dramma che si sarebbe consumato in me il giorno dopo. Guardavo il cielo appena increspato da nuvole di passaggio.

[…]

Le stelle stanno a guardare il mondo da lassù
nella loro incommensurabile lucentezza
lontana eoni di anni luce
assolutamente incuranti
di come va qui il mondo qui?
e sembrano strizzarti l’occhio brillante
e dire
ecco sei tu il nostro destino
da quelle parti
noi che le vediamo da così lontano?

Mettiti in cammino allora. Cammina cammina cammina. Non può che farti bene muoverti come hai sempre saputo fare.
Un passo dietro l’altro. Senza fretta. Senza nostalgie.

[…]

Poco dopo le due, in quella che era la notte di San Lorenzo ed era il mio compleanno, i fuochi stavano per spegnersi. Ero nato poco dopo la mezzanotte. Avevo l’abitudine di considerare quella una notte magica e di interrogarmi, fin da molto piccolo - guardando le stelle che descrivevano traiettorie lineari nel cielo chiaro, tagliando l’orizzonte obliquamente. Qualcuno resisteva con le chitarre e i bonghi, ma erano suoni attutiti più che musiche e ritmi. Provai ad aprire il cellulare e subito si riempì di messaggi di Grazia.
La segreteria non provai nemmeno ad ascoltarla.
- Dove sei ???? sono in pensiero rispondi al telefono
- Sei arrabbiato con me?
- Auguri auguri auguri per domani wish u were here
- Stai andando a Stonehenge?
- Perché sei scappato via così?
- Sei a Stonehenge?
- Possiamo incontrarci a metà strada se vuoi
- Dove vuoi che ti raggiungo? Dimmelo dimmelo dimmelo
- Quando torni?
- Mi stai rovinando le ferie ho deciso vado al mare con Gioia sai dove trovarmi SE vuoi trovarmi altrimenti vai al diavolo

Gioia e Grazia. Ci scherzavo sempre con i loro nomi. L’amica farmacista, compagna di banco di sempre, la sua cattiva coscienza e anche il suo rovescio. Gli ultimi sms erano un crescendo di rabbia, lo sentivo dalle sfumature, dalle parole ripetute. L’ultimo era datato 11 agosto ore 01.00.
Eppure ero partito appena il giorno prima. Era però anomalo quel silenzio tra noi. Quando ero fuori ci sentivamo spesso. Anche le piccole minuscole esili esili sottigliezze che si formano tra le increspature del parlare quotidiano. Persino i sospiri dei momenti assoluti come la vista di un arcobaleno, individuare i nidi tra i rami (nostro vecchio gioco come a cercare un guscio dove rifugiarsi, pur un guscio selvaggio come un nido intravisto passando in macchina ai lati dei boschi o sui singoli alberi), su tutto i tramonti, momenti più di ogni altro liminali, pieni di mistero, per non parlare delle albe, non frequentissime, per una sua propensione a considerare un sopruso uscire da sonno, ma presenti nelle nostre affettuosità.

I più, tra i bivacchi, ormai stavano dormendo dentro sacchi a pelo srotolati dentro tende, in quello che sembrava un accampamento dei tempi primitivi. La luna era attraversata da nuvole chiare. I maestosi pietroni ricco di mistero si ergevano nella loro fissità magica, astronomica, una specie di porta di ingresso verso forze sconosciute, indomabili, dove l’alto e il basso potevano confondersi, senza vere direzioni geografiche, anzi proprio geo-antropologiche fuori dagli schemi conosciuti. Anche gli schemi del sacro. Pensavo a quello che avrei fatto al ritorno in Italia, che comportamento avrei dovuto tenere con Grazia. Che cosa fare; intendo nella pratica del vivere immediato. Non nelle schermaglie delle idee. Separarsi era inevitabile per quanto considerassi l’unione familiare un valore da non disperdere. Ma la frattura provocata da quella cosa che a solo pronunciarla – sono tre sillabe marchiate a fuoco - mi mette ancora i brividi e che Grazia con molta noncuranza aveva praticato sul suo corpo.

[…]

Quel bastardo di Andrea. Ero stato sempre un po’ geloso di lui. Grazia, prima di metterci insieme, era stata attratta dai suoi modi spicci. Dalla sua carnagione scura e da quell’essere maschi che distingue una parte degli uomini. Dalla sovrabbonda di mascolinità. Da quella barba che ricresceva in fretta. Forse era stato proprio lui a convincerla. Si era lasciata suggestionare dalla facilità della cosa. Certo chiamare così il rifiuto della vita che ti cresce dentro è terribile di per sé. Doveva ripetersi la frase di Oriana Fallaci come un mantra, come una giaculatoria.


[fuori campo]

stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una dal nulla goccia di vita scappata dal nulla stanotte ho saputo che c’eri una goccia di vita scappata dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla da dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla l nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla dal nulla .

[…]

Guardo il mare qui sull’isola e ripenso a quei momenti, anche adesso è una notte di luna. Il mare stanotte è quieto. Ascolto il suo respiro leggero. La luce della luna si riflette sul moto inarrestabile delle maree. Vorrei lanciarne mille di bottiglie in mare per affidarle all’acqua e poter gridare così il mio dolore che non è certamente diminuito da allora. So che è un gesto che non placa l’ansia ma un pochino consola. Sapere che qualcuno raccoglierà le mie parole. Anche se non riuscirà a capirle perché greco o maltese o turco poco importa.
Durante quella notte, che sarebbe stata l’ultima del mio modo di vivere com’era fino ad allora, avvenne qualcosa di inaspettato, per niente cercato. Un regalo pieno di ingenuità, di purezza, pur nella sua sensualità.

[…]

Mentre mi dirigo lentamente verso i monoliti del cerchio sacro, sento dei passi dietro di me. Passi regolari, piccoli passi.
Mi volto un paio di volte senza notare nessuno.
I passi dietro di me continuano allo stesso modo, allora cerco ancora di scrutare nel buio dietro di me. Vedo solo il profilo delle tende e qualche fuoco. Ritorno sui mie passi e con sorpresa di fronte a me c’è Maria. Sorridente, persino raggiante.
“Cucù…”
“Mi hai sorpreso, ragazza…”, le dico sottovoce.
“Dove stai andando? Vai verso il cerchio? Posso venire con te?”, sprizza allegria, nel suo modo innocente e malizioso insieme.
“E Mario?”
“Ah lui, sul più bello si addormenta sempre…”
“Già…già…”, intanto avevamo preso a camminare, a passi strascicati, per la verità, quasi controvoglia, almeno i miei erano passi strascicati e controvoglia, adesso che c’era lei. Mi inquietava la sua presenza. Non mi sentivo adatto per passeggiare di notte con una ragazzetta come lei. A Stonehenge per giunta.

“Tu non dormi mai, vero?” , disse la ragazza.
“Si, da qualche tempo non voglio più dormire”
“Da quanto… tempo?”
“Non proprio molto”
“Da quanto, insomma? Tocca cavarti le parole di bocca, professore, a te non dovrebbero mancarne, vero?”
“Direi di no, di solito le cavo dagli altri le parole di bocca”
“Davvero? Perché?”
“Giusto, non sai niente di me…lavoro nell’editoria, la mia è un’attività maieutica, si, quasi far nascere dal niente qualcosa…”
“Non ho capito ma è lo stesso, questa è una notte magica no?”
Una pausa poi disse:
“E quello scemo si è addormentato…”
“Già…”, non ero contento se Mario ci avesse visto passeggiare, perché sicuramente non sarebbe stato contento –lui- di vederci passeggiare e di parlare così fitto. Almeno io non sarei stato per niente contento.
“Sai che oggi – cioè da adesso, da stanotte- è il mio compleanno?”, mi venne spontaneo per rompere quegli attimi – imbarazzanti – di silenzio.
“Naaaaaa…”, cominciò a saltare di qua e di là e a battere le mani, svegliando qualcuno nelle tende, che già si lamentava. Poi mi venne con il viso vicino e sottovoce disse:”Ci vuole un regalo allora…”
“Un regalo?”, a bassa voce anch’io, con fare sempre più colpevole.

[…]

Giuro che non volevo baciarla. Fu lei a baciare me. Ma i baci sono reciproci. Questo fu il suo regalo. Graditissimo perché – pur sensuale come tutti i baci, i caldi baci intendo – era avvolto d’innocenza. Non c’era malizia in lei. Non significava che avrebbe lasciato il suo ragazzo o che il loro rapporto sarebbe entrato in crisi. Niente di tutto questo. Era un bacio-regalo, l’unica cosa che la ragazza poteva donarmi di sé. E voleva dirmi non essere angosciato, dormi dormi, non sei solo, dormi dormi, tranquillizzati, torna alla quiete, dormi dormi…
Quando si staccò da me – ormai non so da quanto ci stavamo baciando e fu quasi una liberazione – mi guardò sorridente, si tolse dalla tasca un foulard che aveva tutto appallottolato e me lo porse.
“Questo è il mio regalo, ma non farlo vedere a Mario…”
Mi venne in mente Otello ma il paragone era improprio, anche se la situazione poteva assomigliare a quella del moro di Shakespeare e del fazzoletto sottratto dal perfido Jago.
Presi il foulard e lo nascosi in tasca, senza pensare ai drammi della letteratura, che però il più delle volte rispecchiano la realtà umana così bene. Shakespeare in modo particolare. Eravamo dalle sue parti d’altronde.
“Non ti preoccupare…”
Lei rimase in silenzio, mi guardava sorridendo, un po’ enigmatica. Tirai fuori di nuovo il fazzolettone e lo accostai al naso. Il foulard profumava di lei. Non un profumo specifico ma un misto di fondotinta e sapone da bucato. Sapeva di freschezza.
“Grazie, sei gentile…”, le dissi.
“E’ una notte speciale per tutti ma in particolare per te…”, la vidi poi correre verso la macchina, accucciarsi nel giaciglio di fortuna dove accanto dormiva -lo speravo con tutto il cuore- il fidanzato.
Doveva esserci abituata a quei bivacchi improvvisati– alla fine fece un gesto di saluto col braccio. Vedevo solo il braccio. Dopo un altro giro del cerchio sacro di Stonehenge, tornai alla macchina e nascosi il foulard sotto il sedile. Ben nascosto ma senza acciaccarlo più del dovuto, senza fare rumore. Quando mi allontanai di nuovo sentii le voci dei due ragazzi che stavano litigando. S’erano azzittiti quando mi avevano sentito avvicinare. Evidentemente prima Mario non dormiva, come speravo.

[…]

Spedii un sms senza parole a Grazia, come per dirle che esisteva ancora, da qualche parte nel mondo, un me ancora cosciente che voleva rassicurarla – anche questa una vecchia abitudine di cui mi sarei liberato presto. L’altro me invece non riusciva a darsi pace. Malgrado le distrazioni degli ultimi giorni.
C’erano suoi messaggi, probabilmente anche gli auguri di compleanno, che cancellai senza leggere. C’erano registrate anche sue telefonate – tantissime – e anche quelle le deletai quasi con rabbia. Nonostante il mio rassicurante sms senza parole sembrasse aprire un varco, una via d’uscita, la mia decisione era ormai presa: non potevo dividere la vita con chi la vita l’aveva invece rifiutata. Significava comunque cancellare una porzione non piccola dei miei anni adolescenziali e della prima maturità. Ricominciare una nuova vita. Senza Grazia. Non era un’impresa facile. Avevo meditato in quelle notti insonni e affamate. Il dolore mi prendeva alla gola in quei momenti. Non desideravo più una vita solo spensierata e senza responsabilità apparenti. Volevo conoscere il mistero del dono supremo: donare il soffio vitale ad una creaturina che avrei poi coccolato e baciato e che avrebbe avuto bisogno di me, chissà per quanti anni. Pochi di quelli che frequentavo mi avevano detto che era una bella esperienza avere dei bambini. I più erano come Grazia: pensavano solo a se stessi. Ma sentivo che quello era il momento giusto. Invece Grazia non la pensava allo stesso modo. Si era preoccupata solo di se stessa, a quel qualcosa di estremamente indefinito che chiamiamo soddisfazioni, qualche volta lo chiamiamo carriera, godimento di sé, realizzazione, comunque un modo di concepire l’esistente che esclude il resto del mondo. E non è sopravvivenza della specie o precedenti alte responsabilità verso il genere umano. Forse anch’io volevo placare una mia soddisfazione, ma il mio era il gesto ineffabile della goccia di vita scappata dal nulla. Ricordo che l’incipit di Oriana Fallaci era addirittura parte del nostro lessico famigliare, la nostra che non era nemmeno un famiglia nucleare per giunta. Sentivo poi che era quasi tardi, stavamo oltrepassando l’età di mezzo e quella svolta la sentivo necessaria. Grazia invece si era tirata indietro. Non riuscivo a sopportarlo.

[…]

Trascorsi il resto della notte accovacciato sul ciglio della strada. Non mi avvicinai alla macchina un po’ colpevole nei confronti di Mario. In quegli anni avevo avuto molte occasioni per tradire Grazia, ma non avevo mai ceduto come in quella sera. Non avvertivo – fisicamente - il bisogno di altre donne. Grazia per me era unica. Anzi l’Unica. Quel bacio notturno invece era una specie di suggello alla rottura tra noi, che sentivo sempre più irreversibile. Se non avessi ceduto, e soprattutto se il giorno dopo non fosse successo quello che avvenne, forse ci avrei ripensato.
Il bacio di Maria era una parte importante del puzzle che si stava componendo da quando, due sere prima davanti all’Adriatico, ero rimasto chockato dalla leggerezza con cui Grazia affrontava una questione che riguardava la vita e la non-vita, l’essere, l’esserci, gli interrogativi che sempre ci poniamo. Molto spesso timidamente e senza convinzione. Non era solo una questione di carriere, di stipendi, di posizionamento sociale, di riuscita o meno, riuscita personale, soddisfazione, appagamento materiale, massaggi all’anima del superego. Si trattava di capire se avremmo avuto un futuro, una qualche molecola che si staccava da noi e diventava autonoma. Diventava un noi dotato di una sua personalità. Eppure in Grecia ci eravamo amati come non succedeva da tempo, con quel calore e quella partecipazione, necessari in questi casi. Cos’era successo? Che cosa aveva scatenato quella reazione?

Senza amore non ci può essere vita. Non potevo credere al suo egoismo, ancora non me ne facevo una ragione. Le domande – naturalmente senza risposta – ritornavano continuamente. Per questo accettai il bacio di Maria con trasporto e nel mio cuore la ringrazio ancora per il fazzoletto che mi ha lasciato e che è riuscito a salvarsi dal diluvio che ormai ha travolto la mia vita.




[…]

Vidi il sole nascere. Quel sole che sarebbe scomparso dietro la luna qualche ora dopo. Gli eclissanti, la tribù dell’eclisse, cominciava ad animarsi. Qualche operatore si aggirava accompagnando giornalisti – per lo più ragazze con capelli biondi e sorrisi ammiccanti – che facevano domande in giro. Ne incrociai un paio che brandendo il microfono come un’arma chiedevano:
“Cosa si aspetta dall’eclisse?”
“Vedrà l’eclisse ad occhio nudo?”
“E’ qui per il rito pagano?”
Mi negavo in verità, ma ero curioso di sentire le risposte.
“E’ un momento straordinario per la storia dell’umanità, proprio alla fine del millennio la terra si oscura, questo è un segno che ci racconta di come la natura può incontrarsi con la cultura…”, e altre amenità simili.
I canti cominciarono di primo mattino. Sembrava una di quelle feste hippie che a loro volta volevano assomigliare ai raduni degli indiani americani. Tende dappertutto, totem addirittura issati durante la notte. Sembrava un Pow Wow (sviluppare).
Strani personaggi vestiti di bianco continuavano a brandire bastoni che rivolgevano verso l’alto, con gesti lenti. Ce n’era uno con la faccia tipicamente english, alla Paul Mc Cartney, un po’ imbolsito ma agile, che andava e veniva, muovendosi in una specie di danza tra le pietre, seguito da una ragazza che ce la metteva tutta ad apparire presa dal momento. Fecero il giro delle pietre varie volte, seguiti a loro volta da tre o quattro strani personaggi, abbigliati come gli stregoni delle popolazioni arcaiche. Il confine tra il genuino e l’artefatto era pieno di sfumature. Non si capiva se quella pantomima fosse uno scherzo - all’inglese, come il primo aprile con le false notizie scritte da giornali serissimi come il Times – oppure se quelle figure erano davvero quello che restava dei druidi dei tempi antichi e dimenticati, quando le popolazioni europee erano in preda al delirio della natura da dominare con ritualità piene di mistero e da raccontare con i miti.

Alle 10.20 la luna cominciò ad oscurare il sole.

La stampa riportava una quartina di Nostradamus che preannunziava la fine del mondo. In Germania c’era chi si era attrezzato addirittura per il diluvio, annunciato proprio dal veggente provenzale. Un uomo vestito da capitano e la pipa in bocca aveva preparato una nave in un chiaro del bosco della Foresta Nera, aspettando l’evento. Luciano Pavarotti a Bucarest incitava la folla, accorsa ad ascoltarlo, a cantare La Traviata e per chi non conosceva le parole, il tenore invitava ad intonare un universale lalalala, valido in tutte le lingue del mondo. Si asciugava il sudore con un fazzoletto bianco, mentre osservava il cielo scuro. Il papa volava con il suo elicottero verso la costa tirrenica, per osservare nel migliore dei modi quell’evento straordinario, che cadeva in una data simbolica – il vicino giubileo dell’anno duemila - per il mondo cristiano. Anche Woytila si era attrezzato con un vetro oscurato e con le mani tremanti per il Parkinson, lo accostava agli occhi. Dalla stazione orbitante russa Mir si vedeva un cono d’ombra sull’Europa. Gli astronauti si guardavano con stupore e indicavano la vasta zona sull’Europa centrale con ampi gesti, fatti come al ralenti per l’assenza di gravità.

[fuori campo]

Le senti tutte quelle voci? Perché urlano tutte quelle voci? Di chi sono tutte quelle voci? Le ascolto soltanto io tutte quelle voci?

Quante persone in questa pianura oscura, quante presenze su questo prato verde, quante braccia e mani e corpi e gambe che si affrettano ad andare verso il centro del cerchio magico.

Le vedo soltanto io tutte queste ombre? Perché queste presenze sono senza occhi senza bocca senza sguardo? Perché parlano un linguaggio sconosciuto? Di chi sono tutte queste voci elettriche? Che cosa dicono? Le ascolto soltanto io tutte queste voci?
Le senti tutte quelle voci? Perché urlano tutte quelle voci? Di chi sono tutte quelle voci? Le ascolto soltanto io tutte quelle voci?

[…]

I due ragazzi sono adesso accanto a me. In testa ho una confusione che non mi piace per niente. Riesco appena a parlare. Maria dice di non preoccuparsi e di mettere gli occhiali da saldatore. La sua, però, è una voce lontana. Mario mi prende per un braccio quando vede che sto per sbandare.
“Ti senti bene?”, mi dice e lo sento anche lui lontanissimo.
“Per niente”, rispondo, la testa adesso è un vortice di soffi, di sbuffi, di oscurità anche sonore. L’eclisse sarà totale solo tra poco. Vedo molte figure vaghe attorno a me. La ragazza con il vestito bianco che ballava fino ad una mezz’ora fa si è messa in ginocchio e con gli occhi chiusi sussurra parole che non percepisco. E’ come se prendesse il sole al mare. E’ buffo il suo atteggiamento. Un po’ sacrale, un tanto ridicolo. C’è un fischio nella mia testa come se un maledetto modem provasse a connettersi ad una qualche rete.
Quando l’eclisse è al suo culmine non resisto più e sorretto dai due giovani raccolti a Reims mi siedo per terra. Poi mi stendo con gli occhiali in testa. Voglio comunque non perdermi quello spettacolo della natura, anche se ormai tutto mi gira intorno. Il mondo. Le pietre. Tutta quella gente. Tutte quelle ombre.

E’ qui che avvenne quel qualcosa che ha segnato la mia vita successiva. Improvvisamente, com’era venuto, il malessere sparisce. Mi sono allora alzato in piedi e diretto velocemente verso il cerchio di pietre. Accanto mi volavano intorno– letteralmente – corpi – ma non erano corpi – erano presenze eteree, che poi sparivano come risucchiati dal cono d’ombra. Il buio ormai era totale. Mi ero tolto infastidito gli occhiali da saldatore. Le voci erano indistinte, ma sembravano gioiose. La luna continuò il suo percorso e i corpi delle persone presenti – tornando la luce - creavano ombre a spicchi, non intere, ma della forma della falce nera che diveniva sempre più grossa verso il sole, che ritornava lentamente – la natura non conosce la fretta - al suo splendore. Mi voltai e cercai di vedere com’era fatta l’ombra che avrei dovuto proiettare al suolo, ma non riflettevo nessuna assenza di luce. Mi sentivo anche più leggero. Pensai che si trattasse della conseguenza del digiuno – fino a nuovo ordine, fino a nuovo ordine. Provai a fare un salto. Per un attimo- forse era una mia suggestione – ho avvertito la sensazione di librarmi nell’aria, di non essere attratto così fortemente dalla gravità terrestre. Era come nei sogni. La testa leggera. Svuotata di pensieri negativi. Malgrado il sole nero.

“Tutto bene?”, chiese Mario, con gentilezza.
“Sto benissimo adesso, chissà che cosa m’è preso”, risposi sorridendo. Era finita anche quella folle corsa delle ombre che erano state risucchiate – come un aspirapolvere – dentro il cono d’ombra. Forse era qualcosa che mi ero soltanto immaginato. Non riuscivo a trovare una spiegazione per il mio malore. Non m’era mai successo prima qualcosa di simile. Mi voltai e ritrovai il mio corpo riflesso al suolo. L’ ombra c’era. Anche la forza di gravità era ritornata normale. Così credevo almeno. Non ero più sicuro di niente. Il reale è razionale? Lo dissi persino a Mario:
“Il reale è razionale?”
“Cosa? Non sento…”, disse ad alta voce. Le sue parole fuorno coperto da un lungo applauso liberatorio da parte di tutti i presenti. Lo spettacolo era finito.

[…]

“Credo che qui non ci sia più niente da vedere”, dissi persino deluso.
Ci incamminammo verso la macchina. Passavamo tra le tende che cominciavano già ad essere smontate. Qualche pagano irriducibile resisteva con bonghi e chitarre. Alcuni poliziotti a cavallo si avvicinavano ai cerchi di adoratori del sole nero e – lo si capiva dai modi – chiedevano molto gentilmente di liberare l’area. Non c’era fretta, dicevano quei gesti lenti, fatti in groppa a quei cavalli maestosi, ma avrebbero dovuti sgombrare dall’area delle pietre millenarie entro il pomeriggio.

I ragazzi sarebbero scesi a Calais per proseguire in treno verso il Mont Saint Michel. Io avrei continuato il mio viaggio verso il sud della Francia, dove dalle parti di Port Grimaud mi aspettava Michel H., uno scrittore francese di cui avevo curato la traduzione dei romanzi in Italia.
“Siamo tutti diretti verso un qualche cavolo di Michel”, dissi ridendo.
Michel così aveva detto l’ultima volta che ci eravamo sentiti. Avrebbe passato il Ferragosto da solo, forse con un’amica o due, a bordo piscina, fumando sigari cubani e bevendo vodka ghiacciata. Senza musica. Senza video. Senza telefono soprattutto. Ma comunicare con lui era sempre difficile. Adesso poi che i suoi libri cominciavano ad essere molto venduti in tutta Europa. (APPROFONDIRE) lasciava acceso il cellulare in orari impossibili e seguendo un suo metodo matematico complicatissimo. Ma se non ci fosse stato sapevo come entrare nel suo rifugio. Da Milano era facile raggiungere la villa e quella strada l’avevo fatta spesso nel periodo i cui fu pubblicato il suo primo romanzo in Italia. Conoscevo il custode, che era quasi un amico. Speravo non fosse andato in vacanza anche lui, ma era difficile. Alla peggio avrei dormito in albergo. Non potevo continuare con quelle notti bianche. Dovevo distendermi su un comodo letto. Fresche lenzuola e se il sonno fosse arrivato, accoglierlo come un fratello. In macchina riaccesi il telefono e tra i messaggi di Grazia e alcune telefonate in segreteria – auguri di buone vacanze da un paio di colleghi – ce n’era uno proprio di Michel. Diceva soltanto “vi aspetto”. Si riferiva naturalmente a quel noi che comprendeva Grazia. Il mio amico era ignaro degli ultimi sviluppi. Mi sarebbe stato utile parlarne con uno come lui, pur considerato da tutti un cinico era dotato di una capacità di analisi fuori del comune – non era scrittore per caso. Il suo cinismo era però un atteggiamento da dandy. Tranciava i giudizi con finezze lessicali, ma era una posa per apparire stravagante, fuori dal senso comune. L’iperbole lo faceva sentire interessante. La provocazione era il suo forte.

[…]

Dire che fossi euforico è poco. La sensazione di fame non accennava a farsi sentire e mi sentivo sveglissimo. Era un’euforia strana, come attraversata da una sensazione di malessere, che non era una vera sofferenza, ma una specie di infelicità. Sarei tornato ad essere completamente perso nei miei pensieri in macchina senza la distrazione delle chiacchiere vuote e delle schermaglie di seduzione di Maria o dei silenzi del suo ragazzo.






































SECONDA PARTE

[QUINTO CAPITOLO]
PORT GRIMAUD




Il viandante: Io pensavo che l’ombra umana fosse la sua vanità; ma questa non domanderebbe mai: ”devo dunque adulare?”.
L’ombra: La vanità umana, per quel che la conosco, non domanda neanche se può parlare: essa parla sempre.

Da UMANO TROPPO UMANO di F.Nietzsche


















Dove si parla di odissee e non ancora di nostos

[…]

Dopo la sosta a Calais per lasciare i ragazzi alla stazione, tra lunghi abbracci e promesse di non perderci di vista, ripresi il mio viaggio.
Merita di raccontare quell’addio.
Dentro la stazione cadde il silenzio per momenti interminabili, mentre andavamo verso il treno che li avrebbe portati verso la Bretagna, verso Mont Saint Michel.
“Sei a posto?”, chiese Mario, abbassando la testa.
“Tutto ok”, risposi, io invece guardavo in alto.
“Sicuro?”, disse Maria, col solito modo malizioso che ormai conoscevo e apprezzavo in modo complice.
“Guardate, riesco a stare su una gamba sola, senza sbandare neanche un po’”, dissi io.
“Tranquilli, andate al Mont Saint Michel,” – continuai - ” anche quello è un luogo pieno di mistero, quasi come Stonehenge, ma non nel mondo discreto delle sacre pietre, il paesaggio è tutto fatto del monte, davanti il mare, su questa spianata che la marea rende percorribile…e poi lo vedrete com’è…ci sono stato da ragazzo…con Grazia e una sua amica…che tempi…attenti alle sabbie mobili, anche se forse è una leggenda…se riuscite andate anche a Carnac”.
“Non diventare stupidamente malinconico”, disse la ragazza, facendo finta di asciugare delle invisibili lacrime.
“Ok, ok non vi voltate altrimenti diventate delle statue di sale”, dissi loro dal finestrino, mentre sgommavo verso sud, platealmente rebel without a cause, finalmente – almeno per un momento -sereno. Mario non accennò a gettare lo sguardo alle sue spalle – forse era ancora un po’ arrabbiato con me- lei si sbracciava in modo fin troppo appassionato, ma sempre senza voltarsi. Nemmeno lei. Odio gli addii. Non bisogna avere rimpianti di sorta, erano parole che avevo detto in viaggio, atteggiandomi a maestro di vita.

[fuori campo]

Non sai cosa ti aspetta dopo quelle curve, quando scenderanno le tenebre della notte più nera. La notte francese sulle strade secondarie che non sono ben visibili nei loro limiti. Non ci sono paletti che si illuminano quando vengono centrati dai tuoi fari d’automobile. Non sai cosa ti aspetta, caro, preparati. Stai pronto. Se conosci qualche preghiera, questo è il momento di usare la memoria. Le vedrai le care presenze, oh se le vedrai e ti chiederai “sogno o son desto, ohibò”. Qualcuna di quelle presenze faranno dei cenni. Cercheranno di farsi ascoltare da te ma tu te ne andrai ignaro lunga la tua dura strada. Non ci provare per nulla, caro, a fermarti, altrimenti non dormirai più, non riuscirai più a ragionar se non per enigmi. Stai attento, caro. Ma non sai cosa ti aspetta. La nave dei folli ha preso il largo e sta veleggiando con il suo carico di paura proprio verso la tua isola. Attento!

[…]

Attraversai la Francia in poche ore. Relativamente poche se dodici ore, settecentoventi minuti eccetera sembrano rappresentare un tempo limitato, in questi periodi caratterizzato dal concetto della velocità. Fino a pochi anni fa quello stesso percorso non sarebbe stato possibile con la fluidità delle autostrade. Ripassai attraverso Parigi con una volata impressionante, percorrendo i Campi Elisi premendo sull’acceleratore. D’altra parte era metà agosto e la città era come occupata dai turisti, che di solito vanno a piedi.

[…]

Arrivai a Port Grimaud mentre il sole tramontava (APPROFONDIRE TRAMONTO). La Costa Azzurra è fantastica in agosto. C’era una festa di paese ma come può essere una festa, in un posto come quello, meta del turismo d’elite di mezza Europa. Gli stand lungo i canali descrivevano un universo di oggetti raffinati e cibi ricercati. Prima di andare a cena – il nuovo ordine era arrivato – feci un giro a piedi lungo i canali. Erano annunciati dei fuochi d’artificio sul tardi. Provai a telefonare a Michel. Silenzio assoluto. Lasciai il telefono aperto che prese subito a squillare. Era Grazia. Non dissi una parola d’istinto.
“Pronto, dove sei? Che fai?”, la voce di Grazia era naturalmente piena di ansia.
“Stai bene? Mi stai facendo morire di apprensione, sono in pe…”,
chiusi il telefono troncando quelle parole che mi giungevano lontane e non soltanto geograficamente. Quel viaggio solitario – ma non del tutto – mi aveva già così tanto allontanato dalla donna che era stata l’amore assoluto. Forse era quel mio malessere, quella specie di vertigine, a rendermi diverso. Ero preso dalla tentazione di tirare con forza il telefono in uno dei canali. Il più lontano da me. La tentazione era forte. Ma il telefono poteva ancora servirmi. Andare a caccia di schede telefoniche, apparecchi pubblici, cornette sudaticce, monetine o altre diavolerie non li sentivo più parte di me, come comportamento della quotidianità. Non potevo separarmi da quello strumento – quel ferrovecchio in fondo o che sarebbe diventato un vecchio arnese da lì a poco per le terribili leggi del consumo. Passeggiando tra i canali trovai un ristorante nascosto tra un ponte e l’alro. Vedevo l’insegna proprio dal ponte dove volevo gettare in acqua il telefono.
“Vai, adesso la quarantena è finita, occorre sfamarlo questo corpo stanco”, avrei detto volentieri vecchio arnese anche riferendomi a me stesso, ma non ero così da buttare in fondo. Stavo ritrovando un po’ di ottimismo. Anche se ci avevo riflettuto poco, o comunque di impulso, capivo che occorreva dare una svolta alla mia vita.

[…]

Avevo viaggiato con i finestrini aperti. La quarantena dal sonno e dal cibo sentivo che doveva finire. La villa del mio amico scrittore è poco fuori il porticciolo artificiale, quella piccola Venezia eccetera.
Al ristorante riaccesi il cellulare. C’era un messaggio di Michel:
- allora che fai? vieni? sono a casa con un po’ di amici.
I suoi propositi di trascorrere un ferragosto tranquillo evidentemente erano cambiati. Ma era fatto così Michel. Amava la solitudine ma spesso sentiva il bisogno di gettarsi nella mischia di una festa. Gli risposi con un secco OK, chiudendo subito il contatto, per evitare di essere di nuovo intercettato da Grazia.
Sentii comunque le vibrazioni dell’arrivo di nuovi sms, erano suoi. Uno, due, tre messaggi, non finivano più:
- adesso sono arrabbiata
- non sono riuscita a parlarti per il compleanno
- a proposito auguri
- ti amo sempre
- non voglio perderti
- ti denuncio per abbandono del tetto coniugale
- tanti baci
- lo sai che ti amo
- rispondi
- rispondimi ti prego
- RISPONDI A QUESTO CAZZO DI TELEFONO.
Nel tempo di digitare queste parole e tra una spedizione e l’altra in cui passavano pochi minuti, Grazia riusciva ad essere contraddittoria, tenera e cattiva insieme, come sempre lo era quando si innervosiva. Passava dall’amore all’ira con uno schiocco delle dita. Ma la decisione di interrompere il nostro rapporto, in seguito al terribile accidente, la ritenevo ormai un dato di fatto. Difficilmente il ritorno sulle mie decisioni è una strada in discesa. Stavolta mi sembrava di avere poche alternative. Sarebbe stato come dividere la vita con un’assassina. Era l’unico termine in cui significato e significante erano un tutt’uno, una parola terribile per definire quella che era stata la mia donna angelicata, l’amore degli amori.

[…]

Entrai nel ristorante a testa bassa. Come un toro nell’arena. Non avevo rabbia, forse solo fame. Il locale era quasi vuoto. Chiesi un tavolo sotto la veranda. Al cameriere dissi di portarmi la loro specialità, dissi così:
“Le combinazioni di cibo che meglio caratterizzano le vostre proposte”, mi sembrava di essere un giornalista delle guide turistiche. Chiesi vino speciale. A scelta dello chef, per abbinare sapientemente la cena. Avevo bisogno di trattarmi bene. Mangiai lentamente, ma quell’atto così naturale e quotidiano non lasciava però soddisfatti i miei sensi. I piatti erano elaborati – DESCRIVERE MENU – e il vino bianco, molto fresco, accompagnava le pietanze con sapienza. Ogni tanto compariva il cameriere che molto professionalmente mi faceva dei cenni di assenso. Poco lontano un uomo e una donna giovani discutevano animatamente dell’eclisse.
“E’ stata un’emozione uuuuuunica, ero a Strasburgo, sulla piazza della cattedrale l’altro giorno”, disse lei con una voce acuta e penetrante.
“Immenso, immenso…ero a casa”, replicava lui,”hai visto le ombre delle foglie delle piante che erano tutte mezzelune?”
“Bellliiiiiiiiissimo”, pigolava lei.
Non dicevano niente di particolare, probabilmente era il vino – non lo stesso che bevevo io – a scioglier loro la lingua. Lui sembrava però distaccato. Erano comunque una buona compagnia, lei indossava un vestitino nero con le bretelle sottili, i capelli erano legati in una coda che agitava in continuazione.
“Al’eclisse, cin cin”, feci il gesto del brindisi, sollevando il bicchiere verso di loro. I due sorrisero e alzarono i calici a loro volta. Avvenne una cosa curiosa e simpatica. L’uomo si alzò in piedi e cominciò a cantare la Traviata. Aveva capito la mia nazionalità- non è difficile, ho tratti latini caratteristici- e voleva omaggiarmi con Verdi. Dondolai il bicchiere un paio di volte. La donna applaudiva ridendo, quando l’uomo tornò a sedersi. Cominciavo a sentire gli effetti del mangiare, un po’ di pesantezza, probabilmente legata all’abbinamento vino-cibo. Chiesi un cognac liscio come finale che sorseggiai, bagnandomi le labbra ma senza berlo tutto.
Mi alzai dalla tavola per pagare il conto con una leggera ebbrezza, appena accennata. Passai accanto al tavolo della coppia, dissi salut, risposero à bientot, monsieur lei, con un cenno del capo l’uomo mi fece capire di aver fatto anche troppo con il suo brindisi lirico, che non era cosa da poco insomma. Si avvicinava inesorabile mezzanotte. Ad una cabina provai a chiamare Michel ma il suo numero era staccato. C’era ancora molta gente in giro, alcune vie laterali erano deserte. C’era soltanto una figura scura appoggiata ad un lampione. Mi diressi da quella parte per ritornare alla macchina. Volevo evitare le persone. Ma quella figura era inevitabile incrociarla. Quando gli passai accanto non riuscivo a distinguere i contorni del viso e del corpo: era il mio primo vero incontro con un’ombra che cammina.

[fuori campo]

Ecco ti ho visto ti ho visto si lungofiume fluidoflumen si ti avvicini ecco mi sei vicino siiiiii vieni avvicinati lungofluidumfiume vieni che ho qualcosa da dirti umor d’amor rumore errore orrore stupore ma non muoverò le labbra dovresti saperlo m ancora non lo sai non lo so nemmeno io chi vuoi che possa conoscere la risposta se non tu ignaro dei confini del bene del male della vita della morte? Qui lungofiume flumenfluido non esiste il bello non esiste il bene non esiste nemmeno il male non esiste nemmeno il brutto forse non esiste proprio niente lungofiume vieni allora che ti spiego tutto lungofiume.

[…]

Passando accanto a quell’ombra sentivo una miriade di altre voci.
Adesso so che si trattava di un’ombra, come la intendo adesso, un’ombra che cammina. Ma quello fu il primo incontro e ne rimasi comunque sconcertato. E sconcertato è una sottigliezza eufemistica della lingua. Terrorizzato no. Sono sereno. Lo sento.

Le voci componevano frasi sconnesse – apparentemente senza alcun senso, puri fonemi - che sentivo solo dentro la mia testa. Non erano parole dette, pronunciate, ma come per effetto di una specie di telepatia, mi arrivavano direttamente dentro il cervello. Voci sovrapposte, di diversa tonalità e timbro, un misto di lingue senza coerenza apparente. Fui sovrastato da quelle voci che provenivano dalla figura che sembrava rivolgersi verso di me. Con un gesto velocissimo mi fu accanto. Non distinguevo i tratti del viso e le mani terminavano da qualche parte, ma non riuscivo a scorgerle davvero. Era come intravedere degli oggetti attraverso un vetro smerigliato. Avvicinandosi i contorni degli oggetti diventano sempre più sfumati. Bisogna allontanarsi per distinguerli. Pensai di essere ubriaco ma sapevo di non esserlo. Lo dissi anche ad alta voce: “Sono ubriaco, evviva…”, rivolto alla figura.

A volte le voci erano un sibilo, altre diventavano intelligibili e coerenti. Erano frasi che assomigliavano a poesie, recitate in modo teatrale, con passaggi accentuati, persino iperbolici e scandendo le sillabe in modo molto netto. A tratti quei suoni diventavano un unico suono vocale e con un timbro profondo si trasformava in un vortice, che riuscivo anche a figurare. Ero capace quasi di visualizzarlo. Disegnarlo nella mente. Erano proprio spirali che si formavano in aria, non figure regolari, quanto informi ghirigori. Potrei anche definirli anche “frattali” (APPOFONDIRE). Assomigliava a quella funzione del computer che visualizza la musica sul desktop. Forse anche quella era una visione della mia fantasia. Decisamente avevo bevuto troppo, oppure il vino s’era composto chimicamente con quel cibo elaborato attraverso spezie a me sconosciute, in un modo che provocava quelle immagini grafiche. Ripensai al corteo di ombre durante l’eclisse a Stonehenge dirigersi volando – non so trovare un termine più adatto – verso il sole nero. Ma non riuscivo a trovare una vera connessione.

“Parla con me? Dice a me?”, chiesi quasi aggressivo, in diverse lingue. La figura mi passò dietro e sopra la testa con gesti velocissimi. Provai a correre, stavolta impaurito dall’inquietudine provocata da tutta quella confusione. Un qualche soffio gelido mi asciugava il sudore lungo la schiena. La figura era sempre accanto a me. Non avevo mai creduto alle storie di fantasmi, di spettri, morti viventi, di non-morti, anche ne ero stato un appassionato. Avevo letto Dracula a quattordici anni, accompagnando la lettura con Otis Redding, Aretha Franklin e tanto altro bellissimo rytm n’ blues, tanto che ogni volto che mi capita di ascoltare la soul music penso alla Transylvania. Ero stato un cattolico fervente fino all’adolescenza e poi con la maturità ero rimasto devoto ad uno spiritualismo fatto di piccoli gesti. Candele accese in chiesa. Preghiere sussurrate in macchina, passando accanto ai cimiteri di guerra. Quando capitava, e mi capitava spesso nei miei spostamenti, costeggiando l’antica Line Gotica per esempio. Oppure momenti di raccoglimento di fronte ai fenomeni naturali che mi riempivano sempre di stupore. Fenomeni non particolarmente eccezionali. Anche comuni quali l’arcobaleno o il periodo della fioritura sugli altipiani o anche le tonalità dei rossi e dei gialli di un fuoco.

L’attenzione verso i portenti che la natura crea in certi momenti si era accentuata dopo la morte dei miei genitori. Erano scomparsi insieme a causa di uno stupido incidente stradale, avvenuto quando avevo ventuno anni poco lontano dalla nostra casa di campagna. Per settimane – per mesi!- avevo l’impressione che loro due – quello che era rimasto del soffio vitale che li animava in vita - si manifestassero attraverso segnali che adesso captavo facilmente. L’incidente era avvenuto d’estate. Era stato un agosto caldissimo.
I cieli erano attraversati dalle scie degli aerei in un modo che non avevo mai notato prima. Le scie indicavano – o sembravano farlo -luoghi con frecce enormi. Tagliavano l’orizzonte per creare geometrie inusitate. Oppure –altro esempio -pioveva per un attimo, solo per un attimo e rimaneva bagnata solo una porzione di terreno. Ed era quello che percorrevo verso le tombe dei miei. Oppure il viale che mi portava a casa. Notavo fiori dappertutto. Farfalle volteggiavano davanti ai miei occhi quasi a disegnare parole nell’aria. Una farfalla, una volta in quell’estate maledetta, addirittura sembrava scrivere in volo la parola latina PAX. Quel gioco dell’immaginazione mi tranquillizzava probabilmente, in fondo era una sorta di consolazione. O forse ero predisposto a dialogare con i morti. Ormai credo in molte cose che mi sembravano assurde prima.

[…]

Curioso era che non sentissi paura quella sera a Port Grimaud. Era ancora un agosto. Da piccolo avevo provato terrore per tante piccole cose. Serve alla crescita, dicono. Si ha paura dell’ignoto, di ciò che non si domina oppure a quello che non si riesce a spiegare. Forse mi stavo già abituando a quella condizione speciale. Il malessere provato a Stonehenge non era del tutto svanito. Un po’ malfermo cercai di muovermi da quella situazione scomoda, ma l’ombra non mi mollava. Mi conduceva da qualche parte e cominciai a vagare attraversando i ponti anche di corsa, tallonato sempre da quella presenza costante. Cominciavo anche ad essere stanco di quelle parole pronunciate tutte insieme, a quel fiume di invocazioni, recitazioni, suppliche, invettive che mi costringeva a cercare delle risposte. Provai allora a parlare, in fondo il dialogo è alla base di tutto, mi sono sempre detto.
“Chi sei?”, chiesi.
La sua risposta aveva poco di intelligibile.
“Mi stai portando da qualche parte?”, il suo si fu come il rombo dei motori in pole position, un attimo prima del semaforo verde.
Seguii quella scia di rumori fino ad un canale isolato. Sull’acqua galleggiava un corpo con le braccia allargate e le gambe divaricate. Un corpo senza volontà. In balia del movimento dell’acqua. In quel momento sentii la paura percorrermi, veniva su dallo stomaco come un disagio e l’adrenalina mi lasciava ad occhi spalancati, senza riuscire a staccare lo sguardo da quel corpo inerte sull’acqua.
L’ombra stava diventando furiosa –così sembrava-, intanto mi passava accanto ad una velocità impressionante e mi si avvolgeva alle gambe, mi tagliava la strada, andava di qua e di là senza un motivo apparente.
“Chi è quello? Lo sai?”
L’ombra prese a declamare allora una struggente poesia di Baudelaire che parlava di simboli e viaggi esotici(CITARE POESIA), insieme ad una specie di litania che assomigliava ad una preghiera o a una ninna nanna, anch’essa struggente. Captavo alcune parole ma il senso generale mi sfuggiva. Volevo andarmene di lì. Passare alla gendarmeria francese e denunciare quello che avevo scoperto, ma le mie gambe non riuscivano a muoversi. Ero un blocco di pietra. Lo sguardo fisso sul corpo galleggiante.
“Ti prego, lasciami andare”, stavolta la mia era una implorazione un po’ piagnucolosa. A liberarmi da quella situazione fu la coppia del ristorante che vedevo dirigersi verso di me. Quella poteva essere una liberazione. Condividere con qualcuno quel momento di apprensione acuta.
“Hei, come on, come on, look there…”, gridai loro indicando il corpo nel canale. I due sopraggiunsero trafelati. La donna gridò alla vista del corpo sull’acqua. Riattivai il mio cellulare istintivamente e subito cominciò a segnalare sms e chiamate. Volevo avvertire la polizia.
“No problema”, disse la donna. Erano due spagnoli. Chissà se vedevano anche loro l’ombra che restava accanto a me e che adesso non diceva più nulla. Sembrava avere la testa abbassata nella simulazione di un dolore. Stavolta la voce che udii era ben chiara:
“Si, hai capito bene, quello ero io prima di cadere in acqua, mentre cadevo ho battuto la testa e sono svenuto, l’acqua ha poi fatto il resto, ho sentito la vita che se ne andava come in un sogno molto brutto, molto crudo, un incubo da cui non sono riuscito a svegliarmi”, disse la voce.
“Ma sono sereno, sai? –continuò con fare teatrale, un po’ saccente -Si acquista una sorta di saggezza suprema e una conoscenza immediata delle cose del mondo. In fondo è una sensazione non spiacevole, forse non piacevole perché quello lì ero io, ma non del tutto da disprezzare. Adesso vado, ti lascio. Grazie di avermi ascoltato”, disse l’ombra con un linguaggio ricercato e una dizione ineccepibile.

Il resto fu un caos di avanti e indietro. Persone che si affollavano. Poliziotti che facevano domande. L’arrivo dell’ambulanza. Infermieri con una barella correre verso l’assembramento. Una giovane donna – una moglie o una fidanzata o una sorella – piangeva sommessamente. Avrei voluto dirle che non doveva preoccuparsi perché la morte – ormai lo sapevo- non era poi così terribile, se si riusciva a raggiungere una saggezza suprema. Comunque una speranza la intravedevo adesso. In fondo le ultime parole dell’ombra mi avevano rassicurato, ma non sapevo cosa mi sarebbe aspettato nei giorni e nei mesi successivi. Sarei corso dal primo stregone per farmi togliere la mala vida da ogni centimetro di pelle, con esorcismi, riti sincretici mezzo cattolico, fortemente pagani. Poi mi dissi:
“Ma che stai dicendo? Quali sciocchezze stanno architettando la tua stupida mente matta?”. Mi rivolgevo quella domanda con ingenuità, con candore in fondo.
Chiesi al poliziotto se potevo andare, mi disse di lasciare il mio numero di cellulare e un recapito per qualsiasi evenienza. Gli lasciai il mio numero e l’indirizzo di Michel e con le gambe un po’ tremanti per l’emozione mi allontanai da quello spaventoso canale.

Il telefono squillò dopo qualche metro. Era Grazia. Stavolta non staccai il telefono. Avevo bisogno di parlare con una voce conosciuta.

[…]

“Dove sei? Lo sai che sono arrabbiatissima con te, vero?”, disse lei.
“Sono in Francia…”, non volevo lasciar trapelare emozioni ma era inevitabile che la mia voce fosse un po’ tremante. Mi tornava in mente il nostro distacco e le vicende della sera certo non aiutavano a comporre un quadretto gentile.
“Mi hai fatto morire…lo sai…”, disse lei con un tono che non ammette repliche, quello che usava quando non voleva sentire ragioni e pensava che mi stavo comportando in modo infantile. Tra moglie e marito succedono queste cose.
“Non usare quel verbo, ti prego…non parlare di morire proprio tu…”
“Dove sei stato?”
“Non cambiare discorso, quello arrabbiato sono io e poco fa ho avuto una esperienza terribile…”
“Cosa? Che t’è successo?”
“Ti ho risposto soltanto perché non ho resistito, ma dovrai prenderti le tue responsabilità quando tornerò…preparati…niente è come prima…”, era una frase fatta, stantia, quasi senza significato e un po’ ad effetto ma il tono della voce di Grazia mi fece capire che avevo colpito nel segno.
“Che vuoi dire?”, chiese stizzita.
“Lo sai cosa voglio dire”, risposi secco.
“No, che non lo so”, affermò lei perentoria, risoluta, convinta di essere nel giusto, senza un minimo di senso di colpa.”Non fare finta di non capire…adesso mi sta passando…il momento terribile, voglio dire…fra poco chiuderò…”
“No, per favore, non chiudere, non capisco perché ce l’hai con me…potremo sempre rifarci no?”, usò un tono di voce dolce stavolta.
“No, non credo che potremo…”, staccai la comunicazione e raggiunsi la mia macchina per andare alla villa di Michel. Ero ancora scosso, non posso negarlo. Sentivo che avevo bisogno di distendermi, forse dormire. Ero scosso ma non terrorizzato. Continuava a stupirmi quella mia sensazione di pace interiore. Pensavo di avere avuto un incontro con una qualche manifestazione del mondo paranormale, nonostante il mio scetticismo, nonostante il vino, nonostante tutto.




[fuori campo]

certo mio caro so che non è facile non dico ad abituarsi all’idea ma a seguire il nostro umbratile ragionare lo so che sei sconvolto anche se non vuoi darlo a vedere vedi? è che in quel canale la mia vita è finita davvero e non ritornerà di questo ho coscienza per quello che ancora si può chiamare coscienza
sento già scorrere il fluire del sapere universale che noi tutti morti morti anche prima di morire contribuiamo a mantenere presente vigile solerte caparbia connessione tra le menti qui sulla crosta terrestre altrove non so se c’è qualcosa e se c’è com’è fatta e in che lingua ci si esprime adesso lo senti mi esprimo ancora in questo modo che conosci bene
ti vedo mentre ti allontani mio caro e non so dirti se sarai fortunato con questo potere che ti è stato misteriosamente concesso non so in quale circostanza però noi ci siamo i incontrati e persino parlati e questo è notevole non sapevo ci potesse essere un modo per comunicare da di qua come vedi anche io non so trovare le parole
la coscienza del sapere universale mi giunge a poco a poco e mi dico che se questa non è telepatia non so proprio come si possa chiamare
cerco come vedi mio caro di trovare parole gentili per te hai una grande responsabilità adesso e potrai anche trovare un senso come dire umano vedi come parlo adesso? ma sai che ero proprio un ignorantone mai letto un libro di proust o le poesie di quell’argentino che ha scritto di sentieri che si biforcano

























[SESTO CAPITOLO]
AFTERHOUR




Gli dei migrano come gli uomini; sono mortali, e certamente anche immortali, come noi.

Ernest Junger – CACCE SOTTILI























Dove si racconta dell’alba del giorno dopo e si comincia a delineare il nostos, mentre si avvicina l’inevitabile punto di non ritorno

[…]

Non so come arrivai alla villa di Michel. Avevo la testa in fiamme. Si passa per un cimiterino di campagna. Segui un percorso tortuoso qualche volta. Devi stare attento ai tornanti. Ai lati della strada in un paio di occasioni notai delle figure appoggiate agli alberi o che passeggiavano tranquillamente. Non ci feci caso lì per lì, pensavo si trattasse di campagnoli al ritorno dalle feste di ferragosto giù a Port Grimaud. La radio segnalava il traffico nella Francia del sud. Sull’autostrada XXXX c’era stato un incidente che provocava qualche attesa. Nonostante l’ora c’era traffico, pensai. Cambiai canale e mi sintonizzai sul canale classico. Trasmetteva un quartetto di Beethoven, di quelli che piacciono a Godard. Ero in tema con il luogo. Era divertente essere in tema. Pensare a questo mi distraeva dal pensiero fisso che mi opprimeva.


[fuori campo]

Quei dialoghi con l’essere etereo tutto oscuro con quelle parole enigmatiche di che natura era il dialogo?
Era una suggestione letteraria?
La fame e il sonno avevano creato quell’illusione, non poteva che essere una illusione, banale come qualcosa di onirico raccontato al risveglio e il solo farlo diventare verbale quell’intrusione nel profondo dell’es renderlo banale, un fatto di tutti i giorni, quotidiano come il giornale che usi per accendere il fuoco del camino. Mentre le fiamme divorano la carta ti accorgi che l’articolo che stai bruciando t’eri ripromesso di leggerlo qualche sera prima. Aguzzi la vista per cercare di carpire gli ultimi significati, concetti, narrati che traspaiono da quei segni tipografici. Ah che odore la carta dei giornali. Il rumore poi che fanno. La domenica non è domenica senza la mazzetta di giornali. Ecco cambiare discorso mi aiuta. E’ un vecchio trucco zen…ma… il …quartetto di Beethoven mi porta a guardare altrove…ma…che sta facendo quello…ma…che sta facendo…spostati…vai più a destra…ma…


[…]

Una figura mi si parò davanti all’improvviso e non riuscii ad evitarla. Sbandai un poco ma riuscii a non finire dentro il fosso. L’attraversai come si attraversa il fumo di un fuoco di sterpaglia. Frenai a secco pensando di aver combinato un grosso guaio. La macchina emise un suono stridulo di freni e mi ritrovai con il muso voltato verso il lato opposto della carreggiata. Per fortuna non passava nessuno. In lontananza stava arrivando un’altra vettura. Mi voltai e la figura era ancora in piedi. Senza consistenza. Oscura come le oscure notti. Pensieri mi attraversarono. Sentivo in testa il rumore dei freni ma non erano quelli della mia auto. La voce cantilenava frasi ripetitive che si accavallavano in modo talmente veloce da non riuscire a comprenderne il significato. C’era dolore, rassegnazione nel suono di quelle parole sovrapposte, ma in fondo anche di tranquilla accettazione dello stato presente della realtà. La figura prese ad avvicinarsi e tendeva le braccia nel gesto. L’altra macchina era a due tornanti da me. Ingranai la prima con decisione e accelerai col fiato sospeso, quasi per non deconcentrami nella sequenza di quelle azioni –ormai dopo tanti anni di guida-consuete. Leggera pressione sull’acceleratore, alzare la frizione con delicatezza, tenere impugnato con la sinistra il volante, guardare negli specchietti, guardare davanti, impugnare il cambio con la destra. E’ facilissimo ma in quel momento calibravo ogni più piccolo gesto scientemente. Mi allontanai da quel chiaro del bosco. (APPROFONDIRE CITANDO MARIA ZAMBRANO) Era un incrocio di campagna, un crocicchio. Dove le streghe ed altri esseri negativi delle notti oscure di solito è facile incontrare. Così dicono le leggende. Quella figura però non era minacciosa e il timore che mi incuteva era solo rivolto al fatto di essere ancora nella fase inesperta di quel tipo di incontri. L’abitudine sconvolge ogni più semplice intuizione. Ci si abitua a tutto, purtroppo. Ma quella era la mia iniziazione, stavo vivendo i giorni del passaggio liminale. Sentivo che dovevo farla diventare narrazione quella mia esperienza. Avevo bisogno di parlare con qualcuno e non sapevo se Michel sarebbe stata la persona più conforme a capirmi ed una festa di ferragosto in una villa della Costa Azzurra la circostanza e il luogo più adatti a soddisfare quella frenesia. Michel aveva scritto un saggio su Lovecraft e mi avrebbe solo portato in giro, senza credermi. Non fu così. Ma in quel momento ricordavo il suo lato scettico. Che poteva essere solo una posa con quella sua espressione sarcastica, molto francois, come poteva essere genuinamente sprezzante della mia studio del passato ai confini del reale. Crepuscolo seriale costruito su raccontini verosimili, almeno spiegati con una logica che ammette poche controproposte, anzi nessuna. E nonostante la festa fosse appena iniziata, nonostante questo cercavo un compagno, meglio un uomo, cui raccontare quello che avevo visto. All’una di notte si sono appena scaldati i muscoli, un afterhour non mostra a quell’ora- è appena iniziato, che diamine – i segni del disfacimento, quando ormai non ti importa più di come appari, ma di come tornerai a casa oppure del modo migliore per adagiarsi a dormire da qualche parte e smaltire la sfrenatezza liberata.

A bordo piscina, dentro la villa, nel boschetto, in cucina, dappertutto c’erano ragazze bellissime. Sembrava il set di un servizio di Vogue. Stravaganze negli abiti che non erano più che sottovesti o addirittura veli. I maschi indossavano jeans bianchi e magliette attillate. Alcune retinate. La notte era calda e appena ventilata. Le donne erano più degli uomini, per lo più attempati francesi, maturi signori col bicchiere in mano. Tutti sorridenti. Qualcuno mi salutò riconoscendomi. Erano i colleghi dell’editrice francese. Faticai a trovare Michel. All’ingresso i gorilla dell’efficientissimo servizio d’ordine l’avevano avvertito del mio arrivo. Quella era la presentazione ufficiale del libro che l’avrebbe consacrato promessa – poi mantenuta- della giovane narrazione europea. Lui è un po’ più grande di me, quasi un fratello maggiore.

Non avevo molto da festeggiare. Non ne avevo voglia almeno. Avevo invece una gran voglia di raccontare i miei ultimi incontri, per cercare risposte, per sfogare proprio la voglia di raccontare. Se ci fosse stata Grazia forse avrei dimenticato – per un po’ – il nostro dissidio e le avrei parlato, senza riprendere fiato. Tutta la notte probabilmente.

Michel era nel posto più ovvio. Vicino al dj che metteva su una musica nervosa ed elettrica, piena di sfumature evocative. Qui e là un riff di chitarre dei Led Zeppelin insieme a violini e trombe barocche. Il tappeto sonoro non era preponderante ma metteva un qualche disagio addosso. Michel mi disse poi che si trattava di un famoso assemblatore di suoni, una specie di ingegnere del suono con una conoscenza sterminata di brani. Li raccoglieva da dischi in vinile tutti rigati che tirava fuori da una valigetta. Per il resto seguiva una sua electro-melodia che azionava digitando su una tastiera di computer. Michel rideva ed era letteralmente circondato di ragazze. Quando mi vide da lontano mi indicò alla sua corte, salutandomi con gesti evidenti. Tutti si voltarono verso di me e ne rimasi quasi imbarazzato, anche se facevo finta di niente ed ostentavo una sicurezza rassicurante. Me lo dicevano in molti che questo era un lato caratteristico del mio carattere. Anche se scosso dovevo controllarmi per non apparire uno sprovveduto in mezzo a tutti quegli snob francesi, in vacanza in uno dei posti più esclusivi del paese. Quella presentazione era rivolta più di tutto alla stampa
e alle televisioni. C’erano un paio di operatori che giravano seguiti dai fonici con quei microfoni con il pelo lungo che impugnavano da un’asta e che rivolgevano qua e là per captare risate, parole, scalpiccii, il rumore dei molti tuffi in piscina.
Stavo lavorando -prima delle ferie -alla edizione italiana di quel romanzo di Michel. Mancavano gli ultimi ritocchi. La traduzione era finita da un paio di mesi. C‘era da scegliere la copertina, l’eventuale sottotitolo, la foto di Michel. Era difficile fotograflo. Michel è un soggetto particolare. Sfuggente e caloroso con certe sue idee sul futuro che mi ricordavano Ballard. Forse anche per questo “impegno” (questo termine con gli scrittori ha poco valore) lo scrittore era così entusiasta di vedermi, anche se era nata una qualche forma di confidenza maschile, come sanno farla nascere i francesi. Distaccati ma con il calore latino. Soprattutto verso altri latini. Finti caldi insomma.


[fuori campo]

ascolta la mia musica amico vedi quel signore che con la punta delle dita tocca i dischi producendo un suono stridulo? le vedi queste ragazze? sono qui per me e sapessi come mi piace poi isolarmi sulle isole atlantiche dovresti venirci a sentire quella corrente d’aria che ti spazza via l’espressione dal volto come in una camera del vento e puoi sporgerti in avanti da qualche parte di quelle isole misteriose dove sembra volare
ti sporgi da qualche costa e non cadi nel precipizio sulle rocce che lambiscono quel mare burrascoso
sentili questi battiti per minuto sicuramente tanti
quel signore lì conosce il suo mestiere e sa come far divertire le signorine che come vedi mi circondano ipocrite ma comunque carine
ecco ti sorrido tu ti avvicini è il mio momento di gloria lo vedi bene
vedrai che figurone farai in Italia con il mio libro
faremo un sacco di soldi siamo fatti l’uno per l’altro.

[…]

All’inizio non potemmo andare al di là dei soliti convenevoli di queste occasioni. Un abbraccio. I tre baci come si fa in Francia. Le presentazioni. C’erano Charlotte, Catherine, Mimì, Jacques. Michel parlava di me come si trattasse di qualcuno lontano, parlava di me in terza persona. Diceva: “Il libro, vedrete, sarà un successo in Italia, forse più che qui da noi, quell’uomo che viene da Milano con l’aria preoccupata e pensosa, sempre sulle sue ma estremamente competente, sa il fatto suo. Ha preparato un’edizione…un’edizione…”, intanto alzava il bicchiere, occhieggiava le ragazze, mi strizzava l’occhio. Era lontano dal cupo cantore di un mondo in disfacimento senza scampo. Risultava persino simpatico, distante dal cliché del pessimista pervaso di pensiero debole. Ci sapeva giocare bene anche se spesso risultava sgradevole. Cominciavo a conoscerlo bene. Negli ultimi tempi ci vedevamo spesso. Ormai conoscevo a fondo il suo stile e i suoi gusti. Stupire i borghesi. Il vecchio gioco. Senza crederci più di tanto però. Incrociai lo sguardo di uno dei responsabili della mia casa editrice. Nel vortice delle ultime mi ero dimenticato che quella era un’occasione ufficiale – un evento, come in modo molto prosaico, gli organizzatori di quel tipo di serate, chiamavano quegli appuntamenti mondani. Evento mi era sempre sembrato una parola che rimandava ad un forzatura piena di ipocrisie. Ma il linguaggio è cangiante. Si adegua alla realtà. Da quando si chiamavano così le presentazioni alla stampa di nuove uscite editoriali sembrava chissà cosa poteva mai succedere. Le agenzie erano specializzate nel mixare l’inserimento di musica lounge con le performance di un body-artist per esempio. La parola d’ordine era “contaminare le arti”, quasi si trattasse di inserire virus in un organismo sano, per renderlo ibrido, buono per anime semplici come per i più sofisticati. Quello di Port Grimaud – protagonista assoluto Michel – era un tipico evento. Da qualche parte un’attrice bellissima leggeva brani del libro di Michel, un musicista la accompagnava con una chitarrina hawaianaIo, mentre il dj continuava con il suo set. Io semplicemente non sopportavo che serate tutto sommato noioso si chiamassero in quel modo altisonante. Mi sembravano sistemi “facili” di ovviare alla semplicità di una presentazione stampa. Sarebbe stato sufficiente una tavolo, un microfono con un ambiente ampio, degli ospiti, magari un buffet, anzi un buffet è d’obbligo perché dopo le chiacchiere sempre viene un po’ fame. Ma non quel mischione di sollecitazioni visive e musicali che in qualche maniera sviavano l’attenzione dal vero motivo per cui si era tutti lì.

[…]

Quella festa – quell’ “evento”- sembrava non dover finire mai. Michel, al di là dei convenevoli, non sembrava raggiungibile o almeno non lo era la sfera della sua attenzione. Dovevo armarmi di pazienza, aspettare il giorno, anzi la sera dopo addirittura, per riuscire ad esternare le mie ansie umbratili. Tra le troupe presenti ce n’era una che avevamo chiamato noi della casa editrice. Era composta da due registi-operatori-tecnici (SVILUPPARE). Documentare queste occasioni diventa d’obbligo per circondare l’evento – questo si da chiamare in questo modo pomposo ed epocale – dell’uscita di un libro in cui si crede, di tutta l’attenzione necessaria. Avremmo poi, con l’aiuto dei due, costruito qualcosa attorno a quelle immagini che avrebbe reso estremamente desiderabile la lettura – ma soprattutto l’acquisto – del libro promosso. Del numeroso gruppo di invitati faceva parte anche Chico, che allora conoscevo soltanto di fama e per un paio di telefonate, fatte per ringraziarlo di una consulenza a proposito di autori brasiliani sconosciuti. Lui non mi conosceva ma io si. E’ sempre buffo quando avviene questo. Gli andai incontro sorridendo e mi immaginavo il suo sconcerto nel non riconoscermi. Lo salutai porgendogli la mano da stringere.
“Hei Chico, hei vecchio…”, dissi con calore.
Lui sorrise comunque. Mi presentai e ricollegando le telefonate, la casa editrice (che avrebbe pubblicato di lì a poco i suoi racconti strampalati e pieni di pathos), Milano, una città che amava, chissà per quali suoi motivi nascosti, per l’affresco di Leonardo dell’Ultima cena, e la mia voce che incredibilmente ricordava benissimo, la serata – anzi la nottata – scivolò sull’onda delle suggestioni letterarie e musicali. Non accennai alle mie disavventure perché non volevo troppo esotico e stravagante, raccontando una storia fuori dalla portata della credibilità. Adesso so che sbagliai a non farlo perché non avrei vissuto l’incubo successivo alla stessa maniera. Sarei stato come vaccinato da certe incongruenze e comunque sapere aiuta moltissimo a porre argini alle esperienze. Avrei saputo cosa fare in quelle occasioni che mi capitarono successivamente a quella nottata. Chico addirittura cantò e suonò alla chitarra alcuni suoi pezzi. Non capivo cosa lo legasse a Michel. Uno solare e pieno di vita quanto l’altro solitario, pieno di domande, d’una visione del reale che non contemplava malinconie. Nemmeno quelle piene di tenerezza del ricordo d’una qualche arcadia dell’infanzia – l’età dell’oro. Forse c’entravano delle ospitate a Parigi quando Chico lasciava il Brasile per dei concerti. Il dj era in un momento di pausa. Chiesi che Chico fosse amplificato, perché quello non doveva essere un privilegio di pochi ma condivisibile da tutti gli invitati che continuavano a venire, grazie al passa parola a Port Grimaud senz’altro. Poco prima del brano di Chico sembrava di essere al mercato. Un gran andirivieni di (ELENCO) non lasciava libera la mente. Evitai di bere il vino bianco fresco. Era meglio rimanere lucidi. Il tempo di dormire non era ancora arrivato. Eppure al pezzo di Chico mi assopii per qualche minuto. La tensione era calata dentro di me e potevo rilassarmi con quella nenia gentile. La voce nasale di Chico accompagnava così bene il mio dormiveglia – di quello si trattava, non proprio di sonno con fase rem – e mi sentivo sereno. Non mi resi conto di “vedere” – ad occhi chiusi – due figure in piedi dietro Chico che suonava. Ondeggiavano al ritmo leggero della chitarra ed ai sussurri del brano. Quando mi resi conto di chi si trattava – forse le figure che avevo incrociato in macchina- mi alzai di scatto dalla sdraio dove m’era disteso e solo per pudore repressi un grido. Mi si spezzò in gola. Il gesto non sfuggì a Chico che cominciò a guardarmi perplesso ogni tanto.

Chico finì la sua performance pizzicando la chitarra in modo leggero. Inseguiva note misteriose, accenni di melodie che si frantumavano in attese, persino in silenzi. Non cantava più. Sussurrava piccoli suoni gutturali e sibilava le esse come a creare un religioso raccoglimento. La magia della sua arte provocò una specie di ansia che costringeva tutti al silenzio e all’attenzione. Forse fu il mio grido muto a spingerlo verso quella direzione. Me lo raccontò anni dopo che quello fu uno strano momento. Vedevo le figure alle sue spalle che ondeggiavano alla sua musica che assomigliava ad un discorso muto pieno di significati nascosti. Cercai tempo dopo nelle sue incisioni quella musica e non ne trovai traccia. Mi raccontò poi che quei ritmi sincopati erano frutto dei suoi studi sulle sonorità amazzoniche. Musica mista ai rumori della natura. Ne avrebbe voluto fare un’opera compiuta, mi disse qualche anno più tardi, ma quel momento magico sembrava essersi formato motu proprio senza una continuità nella memoria, tanto che non riuscì mai più a rifarla.

Chico si interruppe all’improvviso. Sollevò la chitarra sulla testa, sembrava sul punto di scagliarla lontano. Ripeteva il gesto distruttivo di quei chitarristi elettrici come Jimi Hendrix che sembravano non saper più cosa chiedere da quelle corde tese. Quella però era una chitarra classica. Nel rovinare a terra avrebbe fatto un rumore di legno ferito. Non avrebbe trovato nel rompersi un’anima sconosciuta. Sarebbe stato un semplice legno violato. Chico se ne rese conto e rimise la chitarra nella sua custodia. Fece un gesto di sufficienza con la testa. Quasi a voler dire a tutti che non se la sentiva di prendersi tutta quella responsabilità di una ricerca sonora effimera che non avrebbe avuto un seguito. Le ombre intanto si allontanarono nel momento in cui le braccia di Chico continuavano ad essere sopra la testa. Sembrava un suo gesto di trionfo e tutti allora presero ad applaudirlo. Il dj su tutti sembrava estasiato di quei suoni veri che lui, con tutto il suo repertorio di ritmi intrappolati nel ricordo contenuto nel solco di un vinile o nella traccia di un cd o ancora incastonati in un qualche file digitale.

Chico abbassò la chitarra e le spalle gli si curvarono come dopo uno sforzo tremendo. La sua fronte era imperlata di gocce di sudore freddo. Cercava di far finta di niente ma mi rivolse uno sguardo inequivocabile, sapevo che sapeva, anche se non sapeva davvero cosa. Cercai di allontanarmi da quello sguardo su di me che mi metteva a disagio. Andai verso il prato dietro la piscina. C’era un’amaca tra due alberi nodosi. Mi sdraiai cercando, con movimenti leggeri, di non bilanciarmi. Appena chiusi gli occhi le due ombre cominciarono a vorticarmi intorno con passaggi velocissimi. Le parole – o quella parvenza di significanti che assomigliano a parole – mi raccontarono del più forte dei dolori che un corpo può provare; il dolore di non-esserci, il dolore del desiderio frustrato di chi tenta di afferrare qualcosa e quel qualcosa inevitabilmente gli sfugge, il dolore di una mancata rappresentazione attraverso parole che ancora non esistono.

Provai a dormire ma fino a che non spuntò il sole non ci fu verso di prendere sonno. Quell’angoscia mi costringeva a pensare. Impossibile vuotare la mente e abbandonarsi al sonno. Ancora però non sapevo che quel presupposto sarebbe stata la mia dannazione. All’alba mi addormentai. Chiudere gli occhi non comportava più confrontarsi per forza con quella sorta di spiritualità terrena. So che suona contraddittoria un’affermazione che unisce il mondo cosciente, quello reale perché razionale, con le emozioni. Per un attimo mi sentii pacificato dal torrente impetuoso delle ultime vicende. Il mondo – il mio mondo – andava troppo veloce. Dovevo rallentare. Chiusi gli occhi e dormii per un po’.

[fuori campo]

qui sull’isola non è vero che è complicato
farsi scivolare tra le dita il tempo..
vai sulla spiaggia e ti trasformi in clessidra
o meglio le tue mani si fanno clessidra
usi il bell’orologio collaudato GMT (verificare) al polso per calcolare il tempo che la sabbia impiega per scivolarti tra le dita
…come il tempo già…puoi starci tutta la mattina…guardi il mare…pensi a quanto ti piacevano queste piccole emozioni… raccontarle e adesso non sai a chi dirlo…




































[SETTIMO CAPITOLO]
PICCOLA OMBRA



“Signore, vi ho venduto la mia ombra per questa preziosa borsa e me ne sono pentito amaramente. Per l’amor del cielo, questo contratto non può essere sciolto?”

Adalbert von Chamisso
La meravigliosa storia di Peter Schlemihl



























Dove il nostos diventa una nuova fuga

[fuori campo]

Il mare lo guardo sempre. Moravia avrebbe scritto Io guardo sempre al mare. L’orizzonte aperto mi permette di inseguire quel vuoto che considero necessario per definire tutto il resto. La realtà è composta di vuoti da riempire. Senza il vuoto del vaso non ci sarebbe lo spazio per i fiori. Quando il mare è calmo e il suo respiro è appena percettibile -la mattina presto è un momento assoluto per quello che intendo- mi siedo sulla spiaggia su una di quelle poltrone di vimini molto avvolgenti, con la loro semplice comodità, mi siedo a guardare al mare. E’ in quei momenti che lancio le mie bottiglie. Una volta ho usato prosaicamente proprio il brano dei Police per accompagnare quel mio gesto. Mi piace definirlo poetico questo gesto -perché completamente inutile e fine a se stesso. Lancio un altro SOS che non ha niente della richiesta d’aiuto. Mi piace soltanto figurarmi quelle parole che seguono il respiro del mare, cotte dal sole mediterraneo. Non credo che qualcuno in navigazione o su una spiaggia, si prenderà la briga di tirare su dal mare la bottiglia per leggere il suo contenuto. Troppo scontato. E’ un luogo comune.

Il momento del lancio precede il mio giro dell’isola.

Ho raggiunto un limite dalla riva a dove il lancio finisce che assomiglia ad un record. C’è uno scoglio nella piccola baia, sono riuscito a superarlo un paio di volte. Quello è il mio limite. Arrivare oltre -molto oltre- quel limite significherebbe aver superato i limiti della mente stessa. Immaginarlo è come farlo. Oppure penso se solo riuscissi a far scivolare la bottiglia sul pelo dell’acqua. Ce la farebbe a superare quel limite chissà di quanto. Invece di solito scende di culo e affonda per un po’. Non sono mai riuscito ad effettarlo nel modo giusto. Quando ci ho provato è andato contro lo scoglio e il rumore di crinatura mi suonava catastrofico.

La tragedia in una bottiglia lanciata in mare e che si rompe al primo ostacolo, mi sono detto. Che si riempie d’acqua. Il messaggio dentro perduto. Non ne ho lanciate moltissime per la verità. Non voglio esagerare. E’ un gesto che mi permette di dire che il mondo esterno esiste comunque.

Dopo il lancio giro l’isola. A volte in lontananza vedo il guizzo dei pesci volanti che saltellano sull’acqua. Quel guizzo crea una piccola increspatura che descrive un universo non più uniforme. Per fortuna. Per fortuna non lo è più. Il piatto orizzonte spesso è rassicurante, ma sentirsi in mezzo al nulla può essere fonte di inquietudine e meno male che l’isola di fronte – la principale di questo minuscolo, ma esteso arcipelago composto di quattro isole- è vicina-lontana, così so in quale direzione andare. Dall’altra parte dell’isola al contrario il vuoto non è illimitato. Le altre due isole si vedono laggiù, sforzando gli occhi. So che quella non è la direzione giusta. Per raggiungere l’isola principale ci vuole poco meno di un quarto d’ora. Le altre sono a più di sessanta-settanta minuti da qui. Quasi meno di un’ora andando veloci. Nella principale c’è un porto, c’è movimento, le altre hanno club esclusivi dove si servono vini bianchi eccellenti e la cucina degli chef, chiamati da tutta Europa, è indimenticabile. Per quanto ami una vita spartana – pur elettronica, ma semplice- c’è sempre il momento in cui si diventa esigenti nel trattarsi bene. O meglio nel cercare di sopravvivere con un cibo divino. Sopravvivere ma divinamente, un ossimoro senz’altro. Sopravvivere con il massimo del godimento. Una necessità che diventa l’estremo piacere.

Il giro dell’isola è diventato un impegno che mi tiene in forma e mi aiuta a pensare. Serve per sgombrare la mente prima di tornare al multitask delle telefonate, delle email, della rassegna stampa. Sono qui in un posto dove la natura ha modellato i contorni e sono allo stesso tempo nel mondo vero, quello esterno che spesso rischia, nelle percezioni immediate, di divenire spesso virtuale. Mi piace tenere occupata la mente con quello che un tempo definivo lavoro. Potrei non fare niente, ma mi sentirei inutile. Qualche mi sono lasciato andare – soprattutto nei primi tempi- ma diventa noioso l’immobilismo. Inseguirlo con metodo, assaporarne i contorni per fare esperienza, può essere persino eccitante, ma ci vuole una grande concentrazione e non è nelle mie corde esuberanti.

Anche scrivere è divertente. Aiuto a stilare comunicati stampa alcune associazioni umanitarie che mi stanno a cuore. Uso frasi piene di enfasi, di declamazioni di alti principi libertari.
Lasciarsi andare è come andare alla deriva. Passavo giorni di astratti furori, dormivo quasi tutto il tempo e i monitor accesi mi rimandavano storie da film che avevo visto innumerevoli volte, ma che non riuscivano più a coinvolgermi. Sono stato senza mangiare per tre giorni, confondendo il giorno con la notte, chiuso nel sotterraneo. Aristoteles e Socrates, padre e figlio, mi gridavano dal patio se tutto andasse bene. Rispondevo con vigore per non farmi scoprire in quello stato afflitto. La barba non fatta, gli occhi cerchiati di nero. Lo sguardo visionario.

Padre e figlio vengono qui ogni mattino. Hanno quei buffi nomi greci che evocano peripatetiche discussioni sotto pergolati, all’ombra dei vitigni casalinghi. I massimi sistemi al sole del Mediterraneo. I primordiali quesiti che partono dagli elementi primigeni nello sguardo semplice di questi discendenti di Odisseo che ogni mattino hanno il compito di sorvegliare questo scoglio, renderlo agibile e comunque terra cognita, mantenendo viva la fiamma del faro. Controllando i generatori di corrente, la normale routine. Saltano pochi appuntamenti. Tra i due non si capisce chi è più vecchio. Sono di un’età adulta non troppo distante. Il padre ha avuto il figlio molto giovane. Non ho capito ancora chi è Aristoteles, chi Socrates. O forse è un loro gioco-la confusione- per dissimulare identità e appartenenza. Sono nativi dell’isola capitale dell’arcipelago e ne vanno molto orgogliosi. Sono loro che mi hanno salvato dall’ignavia di quei primi momenti. (APPROFONDIRE)


Le attività che mi sono imposto sull’isola-appartenenti alcune comunque alla mia vita precedente, altre no, frutto dell’adattamento a situazioni nuove - mi fanno sentire parte di una famiglia,pur allargata e senza vere parentele.
Non avendone una mia.

Anche le numerose adozioni a distanza sono parte di questa mia specie di progetto. Sono bottiglie che lancio in mare, che non spero ritornino qui ma che piuttosto siano raccolte da qualcuno, quantomeno avvistate. I bambini africani che aiuto a sopravvivere e che mi scrivono lettere si firmano i tuoi bambini. L’impegno -chiamiamolo- umanitario fatto di comunicati, appelli, vibrate proteste. Un progetto che mi aiuta a farmi sentire non inutile. E’ parte di una natura cattolico-nichilista: distruggiamo tout le monde, diamolo in pasto ai leoni, creiamo caos, verbale, interiore, universale, ma che sia per un nobile causa.
Sopravvivere. Viverci sopra il mondo pur ai margini

Il vero scoglio è la solitudine. Senza famiglia. Circoscritto in questo universo chiuso. Hortus conclusus. Il motivo per cui sono qui. In questa sorta di esilio volontario. Non soltanto la convivenza con le ombre nelle ormai rare volte in cui sono nel mondo vero- che alla lunga- nello stress del mai dormire mai e la testa –i pensieri che ci sono dentro-costretta ad andare a mille. Tutto questo può diventare persino una abitudine.

La famiglia che non c’è e le ombre che camminano. Sono qui per non impazzire. L’ho sperimentata la vita quotidiana con le ombre e non è facile reggerne il ritmo. Scansioni troppo veloci. Sincopate. E qui ci ripenso spesso alla mattina dopo la festa per l’uscita del romanzo di Michel a Port Grimaud. Ripenso al risveglio dopo mezzogiorno. Molto dopo mezzogiorno di quel ferragosto francese.

[…]

Non fu un vero e proprio risveglio perché non ci fu un vero e proprio sonno. Continuavano a passare – anche di corsa – ragazze, continuavano i tuffi in piscina e continuava la musica del dj. Era un sonno agitato. Quelle ultime avventure –voglio chiamarle così -non potevano lasciarmi indifferente, nonostante ostentassi a me stesso un modo di fare – sempre nei confronti di me stesso, non avendo una platea- finto-indifferente. Come si trattasse di una di quelle storie strampalate che nuovi autori, i cui manoscritti mi arrivavano in casa editrice, spesso si divertivano a inventare.
Per vedere a chi la spara più grossa, giusto per ritagliarsi una qualche attenzione editoriale.

Facevo finta di niente. Non sta capitando a me, mi dicevo durante i numerosi risvegli. Però nel sonno comparivano nella mia mente figure inquietanti che mi parlavano con voci cavernose, contraffatte –sembrava- da filtri vocali. Beh, te lo sei meritato, mi ripetevo nel sonno, a forza di giocare con l’immaginazione, è il minimo che ti potesse capitare. O forse è tutto quel non dormire e non mangiare. Vuoi fare l’eroe solitario, ecco il risultato. O forse era la presenza-assenza del piccolino. Poteva essere ma che ne sapevo-che ne so io-di figli, di bimbi strapazzati di baci, sollevati in aria, di quel modo di parlare bambinesco che si assume con naturalezza standoci insieme?

Con i nipoti la magia s’era accesa per un po’ ma non erano miei, li sentivo a me cari, li amavo, li amo –sono un maschio e una femmina ormai più che ventenni- ci telefoniamo ogni tanto ma sono nipoti, non propriamente carne della carne, o almeno non del tutto, anche se in qualche modo è dalla loro parte che si rivolge parte dei miei interessi. Verso nei loro conti del danaro, un modo un po’ lurido di dire ti penso. I nipoti apprezzano e forse quando avranno dei bambini, questa mia spinta di affetto si accentuerà.

In lontananza scorsi ad un certo una fisionomia familiare. Anche troppo familiare. Era Grazia. La mia bellissima moglie. Una figura slanciata, capelli castani corti – aveva cambiato pettinatura-gli occhi scuri che ti attraversano con quello sguardo obliquo, la zona destra e la sinistra della massa cerebrale, lasciando il segno. Un solco addirittura. Un segno neutro ma intenso. Non come se ti studiasse, ma come se ti conoscesse solo con quello sguardo, immediatamente. Cercava con gli occhi. Voltava la testa in modo delicato. Sorrideva a destra e a sinistra. Sembrava molto a suo agio. Grazia ha sempre saputo nascondere l’ansia devastante che spesso la opprime con un sorriso. Sorriso enigmatico. Le labbra arricciate e gli occhi seri. Palpebre a metà abbassate come per mettere a fuoco gli oggetti vicini. Indossava una maglietta bianca e dei jeans molto semplici ma con la sua eleganza naturale si faceva notare subito.

Finalmente mi vide. Si fermò a bordo piscina. Si sedette su una sdraio. Prese il telefono e compose un numero. Il mio cellulare era staccato. Fece un gesto che riassumeva quella sua pantomima, agitando il telefono quasi a sentire la sorpresa dentro. Agitandolo vicino all’orecchio e ridendo. Era adorabile. Sapeva come prendermi. Si alzò in piedi allora e cominciò a venirmi incontro. C’era fin troppa luce. Un sole abbagliante in un cielo senza nuvole, azzurrissimo quasi cobalto, triangolava i suoi raggi verso le grandi finestre della villa con l’acqua della piscina. Non avevo motivo di evitarla ancora. Rimasi seduto sull’amaca. Lei rimase in piedi con le mani nei jeans per un tempo che mi sembrò lunghissimo, senza dire una parola, ma guardandomi in quel modo sfuggente che assomigliava ad un rimprovero. Velato tuttavia, perché Grazia sa che su tutto vale la mia autonomia e non accetto contradditori senza giusta causa. Quello era un caso dove lei sapeva benissimo di essere dalla parte del torto. Stava cercando di riconquistami. Usava il mezzo più semplice. La seduzione. Era bellissima in quella luce. Difficile resisterle.



[…]

Mi rilassai. Il pomeriggio fu piacevole. Ritrovammo la complicità. Mangiammo qualcosa. Nessuna traccia di Michel. Ma non importava più di tanto. Giocava sempre a fare il misterioso anfitrione. Provai a chiamarlo. La segreteria mi diceva che l’utente non era collegato. Lasciai un messaggio confuso. Gli chiesi:
“Sapevi che Grazia è qui? …ti saluta…fatti vedere, dobbiamo parlare del tuo libro…non sparire…non ci vengo alle Canarie…”
“Scusa…”, dissi a Grazia.
“Ti pare…”, rispose.
Durante la telefonata sorseggiava una coca da una cannuccia.
Le chiesi un sorso.
“Prego…”, disse e porse il bicchiere con un movimento lentissimo. Le nostre mani si sfiorarono. Con un gesto veloce le presi il viso e la baciai. D’istinto. Finora eravamo rimasti piuttosto formali. Ricambiò il mio bacio con calore. C’era troppa confidenza tra noi. L’amore è un gioco di piccole movenze naturale che rendono sublime la semplicità dell’esserci a condividere sentimenti.

Grazia aveva conquistato la scena e non mollava. Quel suo alzare la mano lentamente per accompagnare il racconto dei suoi ultimi giorni mi affascinava. Come sempre. Mi aveva innamorato il modo in cui a scuola accompagnava le interrogazioni con quel gesto leggero. Grazia lo sapeva e lo usava nei miei confronti in modo apparentemente indifferente. Non era agevole capire se stesse recitando ma non credo. Durante quell’estate di fine millennio era ancora innamorata di me. Ne sono certo. E quel pomeriggio non voleva perdermi.
“Vorrei raccontarti quello che mi è successo…”, le dissi.
“Shhhhh…”, fece lei mettendomi un dito davanti alla bocca.
“Non importa, non parlare…”, continuò”…non devi raccontarmi niente”
“E’ importante…”, incalzai parlando tra i denti.

Mi sentivo pacificato con lei ma non se le avessi raccontato di quello che scoprii tempo dopo essere il potere umbratile, non sarei stato onesto. In parte quello zittirmi mi irritava ma Grazia non poteva sapere quello che avevo visto e ascoltato. Non poteva nemmeno immaginarlo. Stentavo a crederlo persino io.

L’onestà con la donna che aveva rifiutato la vita che le cresceva dentro era per lo più un gesto cavalleresco. Non riuscivo ad essere scortese. Ero comunque contento di vederla. Cambiai opinione attorno al tramonto, ma fino a quel momento sembravamo due innamorati che si rivedevano dopo una separazione ed erano ansiosi di raccontarsi quanto vissuto durante l‘assenza. Fu un momento magico. Tornavo ai primi anni di fidanzamento (mi piaceva chiamarlo così solennemente fidanzamento come ci fosse in mezzo un patto di sangue o la stipula di un contratto con i suoi riti e le sue ufficialità), quando durante una delle nostre summer of love dopo il liceo non tiravo il fiato fino a che non stavamo insieme e andavamo nelle campagne intorno casa sua a baciarci sotto un albero. Che estati quelle. Nemmeno i viaggi esotici possedevano la stessa dinamica sconfinatamente fuori dalle regole. Era importante soltanto esserci e baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi ed era importante soltanto esserci e baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi ed era importante soltanto esserci e baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi baciarsi. Ripeterlo numerose volte è come sentire il sapore di quei baci che sapevano anche di terra e grano. L’audio di sottofondo era il vento e il verso degli animali vaganti. Rondini e cani lontani creavano refrain tipici della campagna. E le cicale? Le cicale, sentirle era come in Grecia, le sentivi ovunque. Quando ti accorgevi di loro smettevano. Era l’assenza di suono a farlo diventare assordante. La testa ronzava e non solo per i baci. Lei portava una bottiglia d’acqua e della frutta che consumavate al lago artificiale. La coperta stesa era un’isola di appartenenza nella prevalenza dei gialli, degli ori, dei verdi sulle colline. La terra non era ancora bruciata dal luglio di vacanza. I pomeriggi erano molto lunghi e le tue mani e le sue mani erano complici di un gioco giocato da tanto e da tanti altri prima, ma non esplorato da voi ancora così tanto da non generare stupore.

Così fu quel pomeriggio nella villa di Michel poco distante da Port Grimaud, nella Francia meridionale. Questa si bruciata dal sole di ferragosto. Altre estati, altre stagioni dell’amore, amori ormai consumati nella rassegnazione di un destino che era in formazione –potenzialmente presente- ma che era sparito in un soffio, pochi giorni prima sulla costa adriatica. Ma l’illusione che ci fosse ancora quella magia degli anni d’oro per un attimo si concretizzò di nuovo, ridivenne presente tra noi. La baciavo come allora e il suo sguardo – come allora – sembrava quello di una donna –della mia donna, mi dicevo - che conosce il segreto di ogni cosa e che può svelarlo con naturalezza, anche senza parole.

Passeggiammo molto e molto lentamente, addirittura perdendoci nella campagna attorno alla villa. Quando le ombre si allungarono ritornarono all’orizzonte le presenze che mi avevano turbato il sonno nei giorni prima. All’inizio fu semplicemente una sensazione, un sesto senso che covava piano piano la sua apprensione verso quel mondo sconosciuto e tutto sommato pauroso. Meglio dire pieno di incognite. Non mi era capitato ancora di riuscire a comunicare con queste presenze ectoplasmatiche, incredibili solo a pensarle, figuriamoci vederle all’orizzonte con quella specie di passo strascicato e quell’alone di tristezza che cresce mano mano che si avvicina la notte e la possibilità di scorgerle aumenta. Sarà uno scherzo di rifrazione come negli arcobaleni. La luce del sole passa tra i rami degli alberi, si insinua nell’orizzonte che scende nell’intensità della luce. Durante il giorno le presenze ci sono e con l’esperienza riesco a sentirle –solo se voglio-ma non riesco a vedere nulla, non quel buffo contorno sfumato che fa assomigliare quelle figure a dei fumetti disegnati con l’aerografo ma tutti tendenti all’oscurità, che riesco a scorgere benissimo nelle zone di chiaroscuro. E’ come vedere soltanto l’ombra proiettata sul pavimento o sul muro. E’ una sorta di olografia della figura umana.
Come i messaggi della principessa in Guerre Stellari dentro il robottino che parla ad impulsi sonori acuti.
Ormai le ombre le riconosco benissimo e purtroppo loro mi riconoscono all’istante. Mi cercano addirittura come se mi annusassero, mi girano intorno con i loro movimenti velocissimi. Quella volta era appena quattro giorni dopo l’eclisse e non m’ero ancora abituato alla costanza di queste presenze. Pensavo ancora fossero frutto di una mia debolezza psicofisica, non come una realtà immanente con cui farci ormai i conti.

L’incanto con Grazia svanì con il crepuscolo. C’era una piccola ombra che vibrava dietro le sue spalle. Emetteva uno squittio senza significato come delle risatine smorzate. Un grido strozzato che sta sempre per farsi acuto e rimane sottotono. Saltellava a destra e sinistra delle spalle di Grazia. Naturalmente lei non avvertiva nulla. Magari una specie di fastidio che grattava via con due dita. Era la piccola ombra che le sgusciava tra le mani. Le sue sottilissime mani da pianista casalinga (anche se Grazia rifiutava sempre di suonare per me i pezzi di Beethoven che conosceva meglio, si negava intimidita dalla commozione della musica che era capace di generare).
“Che c’è?”, disse lei.
Avevo cambiato espressione, la spensieratezza era svanita. Scendevano le ombre della notte. Era proverbiale. Era proprio il caso di dirlo.
“Niente, dissi serio, torniamo da Michel”.
Mi prese controvoglia per mano ma non c’era più il flusso dei baci e dei sapori dei baci che ci avevano unito per un ultima volta, come in un addio appunto.


[fuori campo]

ascolta le mie parole che non capisci
per te sono soltanto un suono ma capirai un giorno
non sono nato e non sono nemmeno morto
sono qui per dirti di non abbandonarmi
conosco già cose nella mia finitezza
che tu conoscerai solo dopo il grande salto
questa donna non sa bene cosa ha fatto
provo a spiegarglielo qualche volta nel sonno
ma mi sfugge mi sfugge mi sfugge
appena appena ho vissuto l’età dell’oro
prima di nascere prima di non morire

[…]

Cercai di scuotermi. Presi a correre. Grazia mi gridava dietro perché perché perché. Aveva capito tutto ancora d’intuito e cercava risposte dalla persona sbagliata. La risposta era sulle sue spalle. Quasi come una scimmia sulla schiena– una scimmietta minuscola e graziosa, pelosa d’ombrosità che saltellava incosciente nella sua non-vita, così legata ad una non-nascita.

Continuai a correre forte. Arrivai alla macchina. Non presi su nemmeno il bagaglio. Corsi via nel crepuscolo d’agosto diretto in Italia. Grazia diventava piccola piccola nello specchietto retrovisore. Mi tornava in mente la scena del film di Antonioni “Professione: reporter”.
Nicholson chiede a Maria, anzi Maria chiede all’uomo alla guida in una macchina scoperta:
“Da cosa fuggi?”, e lui senza voltarsi dice a Maria:
“Voltati e capirai…”, Maria si volta, tende le braccia al cielo, ha un vestitino a fiori, comunque colorato, chiaro, che le svolazza addosso nell’aria della macchina che corre lungo un viale alberato. La ripresa di Maria è dal basso. Sopra di lei corrono le cime degli alberi. Maria alza le braccia al cielo e guarda dietro di sé e sorride. Nicholson non si volta e continua a guidare.

Forse la sequenza non è esatta. Me la ricordo così. Sguardi ironici. Anzi beffardi. Voglia di vivere zero. O almeno voglia di vivere quella vita. E lo sguardo invece disincantato di Maria. Spensierato. Senza futuro. E quel vestito a fiori. Me lo ricordo a fiori il vestito che indossa, smosso dal vento. Sono stato spesso in quella scena io il protagonista di quel momento che ritengo assoluto. Io con la faccia beffarda di Nicholson che sta fuggendo da qualcosa di indefinito, nel mezzo del cammin di sua vita probabilmente o comunque vicino ai quarantenni. Quando sentivo il peso della realtà, quand’ero ragazzo, inseguivo il sogno del cambiamento radicale e della fuga. Questo prima di conoscere intimamente Grazia, insomma di amarci perché le nostre frequentazioni sono lontanissime nel tempo. Poi ci fu quel punto fermo che era l’amore fino al rifiuto della vita che nasce dall’amore. Ecco perché mi ritornava in mente la scena del film di Antonioni. Quella fuga ora era possibile anche se il romanticismo degli anni universitari s’era sostituito con l’amarezza di un’occasione persa. Dovevo ricominciare da capo? Sarei riuscito a sopportarlo ora che ero diventato adulto e che la voglia di avventure scemava?

Intanto ero in viaggio. Il paesaggio della costa azzurra mi scivolava di lato e a malapena riuscivo a sentirne la bellezza. L’avventura è uno stato d’animo che fonde paura e stupore. In quel momento però provavo soltanto dolore.















[OTTAVO CAPITOLO]

ANTROPOLOGIA DELLE OMBRE


Tutto i nostri pensieri in un solo secondo
La possibilità di ritrovarsi sul cammino
Spogliando questo corpo di se stesso

Carolyn Carlson
“Le soi e le rien”



















Dove si dice della natura del potere umbratile anche in modo scientifico

[…]

Da quella specie di fuga, che fuga non era semmai era un aprire gli occhi su come avrei dovuto affrontare il futuro, quelle acque sempre diverse, sempre cantate, sempre evocate che così hanno creato il loro flusso con costanza. Sono passati anni, enormi gettiti di immateriale aria intorno alla realtà e corsi e ricorsi di minuti di frazioni di minuto- qualche volta vuoti- sono trascorsi inesorabili. Il flusso del tempo come il flusso delle acque. Ti volti verso il ponte sul fiume della tua infanzia quando stai per percorrerlo. Prima di quella curva a gomito che ti permette solo voltandoti di vederlo e di dirti che quelle acque sempre scorrono. E per fortuna che continuano a scorrere in quel modo sonnolento, pensi. Significa che esisto anch’io perché quelle acque le vedo scorrere. E’ come per le maree. L’acqua si ritira. Inspirazione dell’universo. L’acqua avanza. Implosione del senso ultimo delle cose di questo mondo che vanno e vengono. Costantemente, inesorabilmente, inevitabilmente hanno moti di avvicinamento che richiamano una lontananza, quasi una nostalgia. Sono passati anni- e solo un paio dopo l’eclissi e la corsa placida verso l’Italia ho percepito di che natura è fatta il mio potere spaventoso. Il potere umbratile. Continuo a chiamarlo così perché mi turba di meno saperlo come parte del mio modo d’essere al mondo, usando una parola evocativa. Un aggettivo che vuol essere divertente, non drammatico com’è in realtà. Un motto di spirito per rendere accattivante il potere di vedere oltre il presente. Di essere sempre avanti nelle percezioni.

Qui sull’isola ci sono per disperazione. Le ombre non ammettono distrazioni. Richiedono impegno mentale, partecipazione, dialettica forsennata. Ho colto l’occasione al volo di questa casa sull’isola greca, sperduta nel mare Egeo che un ricco hippie s’era fatto costruire negli anni 60 per sé e la sua comune di amici internazionali. Il vecchio hippie è sprofondato in qualche letto di un qualche ospedale americano dopo uno stupido incidente. Era –è- un amico di Chico e la segnalazione è venuta proprio da lui. La usava anche Chico questa casa quando non riusciva a sottrarsi al pressing delle ombre. La usava quando si fermava in Europa. Anche Chico ha il mio stesso potere umbratile. Mi ha raccontato il suo segreto due anni dopo i fatti della Costa Azzurra. A Venezia. Ad una biennale di danza dove ci eravamo incontrati per caso.

Vagavo nella mia strampalata esistenza tra terrore dell’aldilà e fascinazione per le possibilità della mente inusitate che mi si erano sviluppate, vagavo da troppo tempo. Stavo seguendo in quel periodo le orme di una biografia di Nietzsche scritta da un autore inglese. Passavo da un albergo svizzero a pensioncine sul lago di Como dove il filosofo tedesco si rifugiava per scrivere nel suo modo enfatico proclami su visioni del mondo futuro che sono il nostro tempo presente.

A Venezia capitavo nei giorni della Biennale –di solito a settembre- per immergermi nelle proposte dell’arte contemporanea come per dovere. Non capisco le installazioni-le cosiddette installazioni che diventano eventi- ma esserne parte è comunque stimolante. Sento come un dovere visitare le esposizioni. Preferisco la pittura però. Sulla tela riconosco i limiti del mio vedere. Di qua la ricostruzione di un possibile universo-fatto di segni spesso indecifrabili, misteriosi e per questo affascinanti-poco oltre la cornice-se c’è -il vuoto, la parete bianca generalmente. Non c’è più niente. Riesco a delimitare le intuizioni. Le installazioni ti costringono alla terza dimensione che non è più scultura non è ancora realtà. Sono giochetti da come la vedo io. La pittura è difficile. L’happening spesso è una trovatine facile facile.

Quell’anno rassegna di danza arricchiva il cartellone. Era un punto di forza addirittura. In platea, allo spettacolo che Carolyn Carlson stava per mettere in scena, c’era anche Chico. Lo riconobbi subito anche da dietro e da lontano. Era in compagnia di una ragazza creola bellissima.
“Heilà Baudelaire, il sorriso è tranquillo e gli occhi arditi eh?”, gli picchiettai sulla spalla con delicatezza. Non so se colse l’allusione rivolto alla sua amica, che avrà avuta venticinque anni. Giovanissima vicino a lui. Non poteva essere una figlia. Una giovane ammiratrice. Un’amante da esibire. La ragazza aveva i capelli neri raccolti in una lunga treccia. Fece un sorriso larghissimo con labbra carnose. Un sorriso ipnotico. La bellezza selvaggia che ti lascia senza fiato, una grazia ignorata, come scrive Baudelaire. Strizzai l’occhio a Chico. Ero curioso di vede se la ragazza “camminava alta e svelta come una cacciatrice”.[10]
“E’ da un po’ che non ci si vede, vecchio”, gli dissi.
“L’ultima volta sei scappato di corsa, avevi paura di qualcosa? Di qualcuno?”, disse Chico.
“Sai che ho rotto con Grazia, no?”
“Lo so, storia vecchia, mi pare”.
“Te l’ho scritto nelle cartoline, d’altra parte”, dissi.
“Forse quelle cartoline erano bagnate delle mie lacrime”,aggiunsi.
“Amigu, lei si chiama Gisele…”, la ragazza continuava a sorridere ma sembrava assente. Si alzò in piedi e raggiunse una sua amica. Camminava proprio come una cacciatrice. Movenze lente ma decise. Si volse verso di noi quasi per scusarsi. Chico le fece un gesto come per dire “vai pure”.
“Non capisce l’italiano”, aggiunse Chico.
“L’ho incontrata a Parigi sul ponte Lafayette e da quel giorno non sono riuscito a staccarmene”
“Ah ti capisco”, dissi strizzando ancora gli occhi, senza riuscire a non guardare Gisele muoversi nella platea.

Lo spettacolo aveva un titolo in lingua celtica “An dianav a rog ha ch’hanoun” che Carolyn aveva letto sopra la porta di un museo di Nantes, nella Bretagna. L’ignoto mi divora è la traduzione di quella espressione in quella lingua misteriosa. Interessante espressione tesa a raccogliere il modo dei celti di percepire spazio e tempo. Avevo avuto occasione di incontrare Carolyn quando mi occupavo di una rivista letteraria. La incontrai in un camerino di teatro anonimo. Volevo sentire la sua voce dopo averla vista danzare. Muoveva le braccia quasi a scrivere nell’aria larghe parole dai significati semplici ma incisivi. Metafisica delle movenze danzate. Quando la danza non è un andar dietro la musica aritmicamente, ma rendere il gesto la congiunzione perfetta di significato ed espressione. Antica utopia il capire nell’immediato il senso della vita. Solo i bambini ci riescono mescolando la fantasia – il vedere oltre il visibile – e il vissuto propriamente contingente. Lo scorrere del tempo insomma. Mi rilasciò una commovente intervista. Commovente nel senso che lei rimase molto colpita dal mio modo di chiedere il senso della sua arte. Le mie non erano domande tipicamente tese a sondare informazioni ma rivolte all’emozione immediata.
Le dissi:
“Effimero ed eterno…”, lasciando sospeso il resto che non c’era.
“Cos’è una domanda?”, disse lei stupita.
“Non capisco…”, continuò.
“E’ una specie di domanda, durante lo spettacolo ho sempre pensato che quello che vedevo non l’avrei più rivisto in quella forma, ma un’eco mi sarebbe rimasta indelebile nella retina, avrei rivisto le braccia esili e delicate muoversi nell’aria ogni volta che un sasso avrebbe formato dei cerchi nell’acqua, per esempio…”, dissi d’un fiato.
Carolyn sgranò gli occhi e disse:
“Caspita, ragazzo, nessuno mi ha mai fatto simili domande, se chiedere è una espressione sensata per due aggettivi così antitetici ma complementari, no?”
“Ah certamente, stasera ho avuto una sorta di folgorazione, la danza non mi ha mai interessato, ma so che lei, signora, scrive delle poesie…”
Mi regalò un suo piccolo libro in quell’occasione. Leggere le sue parole, vedere la sua danza (anche in video) è come avventurarsi nella pittura di Rothko.

[fuori campo]

Era un’estate del mio periodo universitario. Avevo viaggiato su un pulmino wolkswagen, di quelli tipici se non proprio del tempo, almeno un residuato di quelli immediatamente precedenti. Ero in compagnia di un amico di un amico e di un excarabiniere che era capitato lì quasi per caso. Così mi sembrava. Non so che cosa andavano a fare quei due mal assortiti a Londra, però avevano un posto per me, pur che pagassi una quota del carburante e dell’autostrada. L’excarabiniere sul traghetto ordinò un rituale the perché in Inghilterra si deve bere il the, anche se eravamo sulla Manica..
“Ce semo arrivati quassù per bere sta schifezza…”, fu il suo commento.
All’attracco ci aspettava la dogana inglese che è sempre molto severa. Quello si chiamava come un ricercato per omicidio addirittura. Perquisirono dappertutto e l’autista, che aveva folti baffoni e capelli lunghi stile afro non era per niente preoccupato. Tutti e due -soprattutto l’excarabiniere- ci ridevano su sorseggiando quella schifezza di the, stavolta in terra inglese. L’excarabiniere mostrò il tesserino e ridacchiava ai serissimi doganieri britannici.
Mi lasciarono vicino a Trafalgar Square, quasi in mezzo alla strada, e non rividi più nessuno dei due. Il mio voleva essere un viaggio avventuroso senza meta. Nessuna prenotazione. Quello che capitava per vivere uno straccio di avventura da poter raccontare in futuro.
Inevitabilmente presi a fare il turista ed a girare mostre, musei e gallerie. Quel tipo di posti di cui puoi fare anche a meno ma che quando ci sei non puoi evitare. E’ tempo perso? Meglio sarebbe trovare angoli nascosti e non fare per forza le cose tipiche che un turista fa a Londra? Come si fa ad essere originali senza diventare snob? Anche se vai per cimiteri è lo stesso. A Londra c’è la tomba di Carlo Marx per esempio. Un cimiterino a nord, da cambiare un paio di treni della metro.
Te lo puoi permettere di cercare luoghi inusitati se frequenti spesso le grandi città (poi sarebbe successo e il problema non si sarebbe più posto)e diventa familiare passare davanti al British Museum o al Louvre ed evitarli. Oppure andare solo quando si vuole. Confondersi tra la folla.

Come aveva letto da qualche parte:
“Va’ alla stazione
Aspetta l’arrivo del treno
Ed esci coi viaggiatori
Come se fossi arrivato da qualche luogo”.[11]

Quella volta però era la mia prima e non potevo evitare la Tate Gallery. Avrei trovato quello che vedevo solo sui libri e nelle riviste di settore.

Sulle sponde del Tamigi la Tate Gallery si offriva nel suo edificio austero. Ricordo grandi quadri di Warhol per le scale e ricordo il mio stupore per quelle immagini ultraconosciute, ma viste in altri formati. Libri, poster, tazzine da caffè, pochette, copertine di dischi, foulard, carta da pacchi, quaderni, matite.
Ma non in quel modo, scendendo quelle scale. Solo scendendo delle semplici scale.
Pensando “sono a casa e dico ai miei ospiti, ecco i miei Warhol”. Scesi quelle scale – risalendo altrove - un paio di volte per rifare la scena dentro di me.
Conoscevo appena l’opera di Rothko però. Capitai nella sua famosa stanza girando senza scopo, come mi piace fare nei musei. Non con metodo, seguendo la guida e la sequenza dei numeri, dei periodi, degli argomenti. Mi piace andare in modo selvaggio. Solo la mia selvaggeria mi portò davanti, attorno, dietro, davanti, dappertutto immerso nei magmatici colori dei Seagram Murals – pur sfumati, pur uniformi ma che a me sembravano un esplosione di colore puro. Come un flusso, come le maree nell’universo di silenzio che Rothko desiderava per i visitatori, farli entrare un una atmosfera di concentrazione, meditazione persino e rispetto.[12]











[continua]










INDICE
[FUORI CAMPO A MO’ DI INTRO] pag.2
PRIMA PARTE

PRIMO CAPITOLO - MESSAGE IN A BOTTLE 3
Dove
si delineano le linee guida del narrare la storia dell’ombra che cammina

SECONDO CAPITOLO – VITA SCAPPATA NEL NULLA 16
Dove
si raccontano gli antefatti che portarono l’ombra in cammino

TERZO CAPITOLO – FULL OF GRACE 22
Dove
si racconta di bottiglie lanciate in mare e di altre amenità umbratili

QUARTO CAPITOLO - STONEHENGE 43
Dove
si racconta del manifestarsi del potere umbratile

SECONDA PARTE

QUINTO CAPITOLO - PORT GRIMAUD 59
Dove
si parla di odissee dentro, ma non ancora di nostos

SESTO CAPITOLO - AFTERHOUR 72
Dove
si racconta anche dell’alba del giorno dopo e si comincia a delineare
il nostos, mentre si approssima l’inevitabile punto di non ritorno

SETTIMO CAPITOLO piccola ombra 82
Dove
il nostos diventa una nuova fuga

OTTAVO CAPITOLO antropologia delle ombre 95
Dove
si dice della natura del potere umbratile anche in modo scientifico

NONO CAPITOLO vita nova
DECIMO CAPITOLO cabala

TERZA PARTE

UNDICESIMO CAPITOLO L’ISOLA
DODICESIMO CAPITOLO LA NAVE DEI FOLLI

POST-FAZIONE

BIBLIOGRAFIA INDICE 150







PERSONAGGI

IO NARRANTE - GRAZIA – GIOIA - ANDREA– MARIO – MARIA - MICHEL - CAROLYN - CHICO –ARISTOTELES – SOCRATES – LUCY IN THE SKY - GISELE


BIBLIOGRAFIA – AUTORI E OPERE CITATE
Junger – MANTRANA – CACCE SOTTILI
Zambrano – CHIARI DEL BOSCO
Borges – ELOGIO DELL’OMBRA
von Chamisso – LA STRAORDINRIA STORIA DI PETER SCHLEMHIL
Poe – MANOSCRITTO TROVATO IN UNA BOTTIGLIA
Nietzsche - UMANO TROPPO UMANO
Pasolini – LA TERRA VISTA DALLA LUNA
Novello – IL SIGNORE DI BUONA FAMIGLIA
Rimbaud – IL BATTELLO EBBRO
Oriana Fallaci - LETTERA AD UN BAMBINO MAI NATO
Keplero - PARALIPOMENI
Auster - LEVIATANO
Shakespeare - MACBETH
Police-MESSAGE IN A BOTTLE
Buarque
Houllebecq
Carolyn Carlson – Le soin e le rien

PAROLE: 29.066





































[1] (vedi post-fazione)
[2] E.Junger-Mantrana
[3] P.Auster – Leviatano-Einaudi
[4] E.A.Poe - Racconti Straordinari –Febbraio 1970-Firenze- Pag.59
[5] poesia di Giulia
[6] O.Fallaci – Lettera ad un bambino mai nato – pag. 7 – BUR 21 ediz.
[7] A.Rimbaud-Il battello ebbro (trad.I.Margoni)
[8] Novello – Il signore di buona famiglia


[9] Pasolini- La terra vista dalla luna
[10] cfr pag133 A UNA SIGNORA CREOLA – BAUDELAIRE-OPERE-MERIDIANI trad..G.RABONI
[11] Jiri Kolar – Collages – Einaudi 1976 pag.24
[12] Jacob Baal-Teshuva ROTHKO –Taschen pag.78